venerdì 26 agosto 2016

Il terremoto, la morte e Dio

Quando la morte irrompe nella vita è sempre devastante. Ma quando miete tante vittime lo è ancora di più. E’ terribile pensare che un momento prima esistono paesi dove le persone si sentono a casa propria, alcuni in vacanza, e dopo pochi secondi cala il silenzio della distruzione e della morte. Morti anche innocenti, bambini di pochi mesi. Molti sono coloro che, in questi giorni successivi al terremoto, hanno posto la domanda sul senso di queste morti. Non credo sia facile rispondere e nemmeno è così facile capire come Dio possa essere implicato in queste morti. Quello che mi colpisce di queste domande è che in fondo anche nel momento della distruzione e del dolore, Dio in qualche modo lo chiamiamo in causa, come Giobbe, l’uomo innocente che tuttavia ha sofferto di tutto e si è visto portare via tutto quello che aveva di più caro e importante, persino la famiglia. Questa domanda non è necessariamente una questione che si apre a una risposta, quasi ci fosse un pensatore illuminato che riesca a far quadrare il tutto del dramma. E’ una domanda che deve rimanere domanda e aprirsi sul silenzio, una domanda alla quale può rispondere solo Dio. Quello che noi uomini e donne possiamo chiedere è che un eventuale Dio sia implicato nella sofferenza che noi viviamo, nell’assurdo che colpisce la nostra vita. E’ quasi inutile dire così a freddo che il Dio crocifisso rivelato da Gesù vuole precisamente essere il Dio implicato nella sofferenza dell’uomo. Non è così facile giungere a questa scoperta, perché significa rinunciare a un Dio prepotente e miracolistico e riconoscere un Dio che vuole essere per l’uomo insieme all’uomo, anche a costo della morte. In questi giorni ho letto cose strane sul web, affermazioni che esprimevano una presuntuosa certezza circa la morte e il doloro disseminati dal terremoto in centro Italia. Si sosteneva che questo cataclisma è il segno che noi dobbiamo ritrovare Dio e si suggeriva una preghiera di consacrazione dell’Italia all’Immacolata. Non so voi cosa ne pensate, io rispetto tutti perché la fede cristiana è un cammino che dura tutta la vita, però ritengo onestamente che questa visione del mondo e di Dio sia anticristiana, non c’entra nulla con Gesù. L’idea che Dio possa gioire della sofferenza umana, anche di quella innocente, aspettandosi che dalla paura venga l’adorazione è lontana anni luce dal Vangelo. Invece è evangelico pensare che ogni gemito delle vittime di questa tragedia, come di tutte le tragedie del mondo, risuoni nel cuore di Dio perché è in quel cuore che Gesù ha portato definitivamente la nostra umanità. Non c’è una risposta preconfezionata al dolore e alla morte, tantomeno al dolore e alla morte innocente, c’è una domanda da parte nostra, che Dio non sia indifferente e non sia l’autore ultimo delle tragedie che viviamo. Che questa domanda si apra alla speranza del gemito di Dio che muore sulla croce è cosa a cui si può giungere se uno fissa lo guardo su Gesù e, grazie a Lui, trova la capacità di riconoscere che la sofferenza e la morte sono esperienze nelle quali Lui vive per noi e con noi. Ma questo è appunto un evento non prevedibile, misterioso. Noi credenti dovremmo rispettare il fatto che in certi momenti alle persone non rimane che il gemito. Non ci sono parole che possano esprimere l’impotenza e la fragilità dell’uomo quando accadono certi eventi. Occorre rispetto, silenzio, vicinanza, solidarietà. E poi occorre guardare verso il Crocifisso, pregando, consapevoli che il nostro sguardo indica Colui che, solo, può lasciarsi incontrare da coloro che sono stati annientati da un evento che per la natura è solo un assestamento, mentre per noi è l’apertura dell’abisso del dolore.

James

martedì 23 agosto 2016

Sul baby Kamikaze in Iraq

Ragazzo Kamikaze fermato in Iraq. Pare che il fratello si sia fatto esplodere in altra parte del paese. Non si sa con precisione, ma sembra che il loro padre li avesse indottrinati per accettare di farsi esplodere provocando morti. A me hanno fatto impressione le immagini di questo ragazzino liberato dalla cintura esplosiva che nascondeva sotto la maglia dedicata al campione sportivo Messi. Non so se riusciamo a capire l’odio dove ci può portare. Non solo alla guerra, ma anche a convincere un ragazzino che ammazzarsi ammazzando altre persone è un bene. Veramente un odio disarmante e cieco. Io sono stato la speranza per mio padre e per la mia comunità. Tutti si sono dati da fare per capire quello che avrei potuto essere e per darmi una mano in tal senso. In fondo la famiglia è la realtà nella quale la società ti dice che tu sei una speranza. Credo che questo valga al di là delle culture e delle religioni, il figlio è sempre l’evidenza della tua speranza, è l’apertura alla vita di cui tu sei stato partecipe e che sei chiamato a custodire. Pare però che questa esperienza che appartiene a tutta l’umanità e anche alle specie animali, venga meno per l’odio cieco. Continuo a sperare che non sia vero che un padre mandi al macello i propri figli per una guerra civile tutta musulmana. Spero che dietro ci siano organizzazioni legate al terrorismo. Ma se fosse vero che un padre manda a morte i propri figli per una ideologia politico-religiosa, allora significa che dobbiamo ricominciare da capo, ci serve un alfabeto minimale dell’umano che ormai abbiamo smarrito. Noi non facciamo vittime tra i ragazzi, non li mandiamo a morire, ma forse anche noi abbiamo dimenticato o smarrito l’alfabeto fondamentale dell’umanità. Non so, da queste notizie io ricevo uno sconvolgente messaggio di decadimento del senso della vita umana, e mi terrorizza l’idea di abituarmi a questo decadimento. Poi penso all’odio, alla guerra fratricida che si sta realizzando in quelle parti del mondo, di cui tutti siamo stati complici e per la quale ancora a lungo pagheremo le conseguenze. La bruttura che sperimentiamo quando vediamo questi ragazzini e bambini che odiano sin da piccoli, fino al punto di farsi mettere addosso cinture esplosive per fare strage, questa bruttura generata dall’odio, anche noi abbiamo contribuito a generarla. Però anche il mondo musulmano dovrebbe scandalizzarsi per questi eventi e domandarsi come la cultura di cui sono portatori riesca a conciliarsi con la gioia che noi abbiamo oggi. Noi siamo contenti per il ragazzino che non è riuscito a farsi esplodere. Senza di lui l’umanità non sarebbe la stessa. Non c’è nessuno che può essere soppresso per motivi ideologici, politici e religiosi, perché ogni idea deve essere al servizio dell’uomo, libero. Quando sentiremo da parte musulmana queste affermazioni? Quanti morti e violenze ancora dovremo vedere o far finta di non vedere? Lo dico ai cari amici musulmani, se le guerre religiose opprimono la bellezza di un ragazzo e la sua speranza, allora Dio non esiste, e sarebbe meglio che non esistesse, lo dico per Dio. Non può esserci un Dio che annienta la vita dei piccoli, che li usa per provocare morte. Solo le ideologie tristemente umane possono arrivare a questo. Può essere che un padre o chi per lui si riferisca a Dio per distruggere la vita dei propri figli e quella degli altri? Di un Dio di questo tipo io non so che farmene. Meglio gli atei o coloro che evitano le religioni come fossero un veleno per l’umanità. In nome di Dio un padre o chi per lui offrirebbe la propria vita affinché lo sguardo del figlio possa guardare lontano e vivere nella speranza.

James

sabato 20 agosto 2016

Su Dio...sempre alla ricerca

Vi siete mai domandati come l’uomo sia arrivato alla parola “Dio”? Non è tanto semplice arrivarci, eppure è accaduto nella storia dell’umanità, semplicemente, come l’espressione di un’impossibilità che pure è possibile. Innanzitutto sarebbe interessante quello che l’uomo ha voluto significare con questa nominazione. Che cosa significa “Dio”? L’altra domanda, implicata nella precedente, è la seguente: quando e perché l’uomo arriva a nominare Dio? S. Anselmo diceva che Dio è ciò di cui non si può pensare il maggiore, vale a dire che quando uno arriva a pensare Dio pensa tutto ciò che è possibile pensare, anzi è ciò che è impossibile pensare. In questo senso tutta la teologia negativa è stata il tentativo di dire ciò che alla fine è dicibile solo affermando ciò che non è, e la via analogica è stata invece il tentativo di dire ciò che Dio è, ma segnalando la sua sovrabbondanza indeducibile rispetto all’esperienza reale. D’altra parte la via del concetto non consente molto di più. E tuttavia rimane da domandarsi perché inizia questa avventura concettuale. Perché Dio è ciò che non si può esprimere oppure ciò che si deve esprimere segnalandone la sovrabbondanza? Penso che all’origine di questa avventura concettuale ci sia il momento in cui la parola Dio nomina un’esperienza, accessibile a ogni uomo e, insieme, indisponibile. Intendo dire che Dio è l’esperienza per la quale l’uomo si scopre posto in un’esistenza che è chiamato continuamente a riprendere e questa esperienza è il suo essere al mondo come un atto singolare che si trascende proprio perché si pone. Dio è precisamente questa antecedenza dell’atto di esistenza che sono io e che tuttavia io non ho prodotto, vale a dire che Dio è l’atto che non ha la necessità di riprendersi, perché è l’origine assoluta dell’atto stesso in quanto tale. Ma questa esperienza è ancora negativa, nel senso che rimane da comprendere il senso di questa ripresa di se stesso che l’uomo è chiamato a compiere. Il senso non si produce se non nell’atto stesso, nel mentre si realizza. E qui la parola Dio è il senso dell’atto che è la coscienza stessa del soggetto. Ne è il senso perché è solo nominando Dio come l’altro dal mio atto, mentre il mio atto reale si pone, che richiedo e scopro un’alterità assoluta che richiede la mia assolutezza, la mia capacità di attuarmi realmente, come condizione per essere un assoluto per me. In realtà questo lo sperimentiamo anche nella relazione interpersonale. Nel caso di Dio però facciamo esperienza di ciò che è la condizione del mio essere in relazione all’altro, perché scopriamo che la condizione della mia esistenza, ciò che consente che io sia un novum ingiustificabile, vale a dire Dio, è nello stesso tempo condizionato dalla mia esistenza. Insomma, noi parliamo di Dio quando l’essere “l’uno per l’altro” è l’origine stessa del mio essere me stesso. E questo accade, appunto, solo nell’atto che io sono e che condiziona nel suo effettuarsi tutte le condizioni che lo rendono possibile. Qui Dio viene all’idea, perché è l’atto che si presenta come la condizione ultima del mio essere un atto reale, proprio nel mentre il mio atto reale condiziona Lui. Profonda immanenza e prodonda trascendenza, intesa qui come una reciprocità che dà luogo al reciproco condizionamento. E’ un’esperienza etica, ma non è morale. E’ l’esperienza di un lasciar essere me che viene prima di ogni richiesta, ma è l’inizio di una storia. Tutto accade infatti nel tempo e non è deducibile, ma è una relazione. In questo senso la via negativa e quella analogica avevano ragione. Effettivamente qui il pensiero è chiamato a esprimere l’atto reale e nuovo che io sono, ma è anche chiamato a indicare l’eccesso di pienezza che la realtà del mio atto implica, vale a dire che questo atto che io sono attualizza un atto che precede ogni attualizzazione e se ne lascia condizionare. Ecco Dio. Ma che Dio venga all’idea è evento assolutamente contingente, come è contingente l’atto che io sono. Dio non viene all’idea prima dell’atto, non è un a priori e non viene all’idea dopo l’atto nel quale io mi realizzo, ma viene all’idea proprio nel mentre l’atto che io sono si realizza effettivamente riprendendo e condizionando nello stesso tempo ciò che deve riprendere e riconoscere come sua condizione precedente. In questo senso la negatività del concetto, vale a dire il fatto che il concetto indichi un’impossibilità di giungere al proprio termine, non indica semplicemente una non conoscenza, ma la sovrabbondanza del reale che si attua, l’eccesso che si attua in me nella relazione con ciò che ha istituito le condizioni perché io mi attuassi condizionandolo…In questo giorno festa di s. Bernardo, direi che ho semplicemente detto che gli amanti si amano quando si amano, ma il quando si amano è precisamente l’espressione che l’amato e l’amante sono reciprocamente implicati in una relazione che non li lascerà più come prima, ma li cambierà senza fine. Ma questa è già una descrizione dell’evento cristiano, grazie al quale per altro è stato possibile alla cultura occidentale dire Dio senza pretendere di esaurire la pienezza di senso che questa parola esprime.

James

giovedì 18 agosto 2016

Omran, il bambino estratto dalle macerie a Aleppo...

Il fine giustifica i mezzi. Certo, dopo gli eventi che abbiamo vissuto in Europa a opera dei terroristi, non si può dire che la paura non ci sia. Ogni volta che uno va in aeroporto o in metropolitana, in Italia e all’estero, qualche pensiero sulla propria sicurezza e quella dei propri cari lo fa.  Inoltre, l’avanzata contro l’Isis determinata dai bombardamenti è una buona notizia, nessuno la discute. Tranne poi avere la consapevolezza che la perdita di territorio da parte dell’Isis non significherà la fine degli attentati terroristici in occidente e in altre parti del mondo. Sarà lungo il cammino di uscita da questa situazione e, purtroppo, sarà ancora disseminato di morte e violenza. In tutto questo dobbiamo tenere bene attento lo sguardo sugli interessi collaterali che costellano la battaglia contro l’Isis. La Russia, che molti hanno salutato come lo Stato che ha rotto gli indugi nella guerra contro il terrorismo tiene a difendere la propria influenza politica e le proprie mire espansionistiche. Infatti mentre bombarda le postazioni dell’Isis, ammazza anche civili che hanno la colpa di non essere allineati con il “presidente” della Siria. La Turchia approfitta del vuoto di potere degli Usa e dell’Europa per guadagnare terreno, all’interno e all’esterno. Vedi i bombardamenti sui Curdi che con l’Isis non c’entrano, anzi lo combattono. Naturalmente gli Usa hanno taciuto su questo massacro. La questione dei Curdi e del loro Stato, che è stato loro tolto ingiustamente tramite accordi internazionali assolutamente ingiusti non deve essere rimesso sul tavolo delle trattative. In questo anche l’Onu ha le sue responsabilità, le sue ipocrisie. Per questo l’Onu non è un governo mondiale. Ormai è solo il serbatoio di spinte egoiste degli Stati che ne hanno il controllo. Non è più un organismo che mira alla pace possibile, ma una struttura succube di coloro che la mantengono. Un esempio significativo è l’assoluto silenzio sul massacro sistematico dei Curdi, che pure il loro contributo nella lotta contro l’Isis lo hanno dato. Eppure si fa finta di niente, per non scontentare la Turchia di un personaggio quantomeno discutibile e deprecabile come Erdogan. Bene, detto questo, oggi ho guardato Omran, il bambino estratto dalle macerie provocate da un bombardamento su Aleppo, un bombardamento non contro l’Isis, ma contro coloro che non ne possono più delle presidenze tramandate per via famigliare e non tramite elezioni. Un bambino bombardato dai russi e dal governo siriano, che dovrebbe essere custode della sua vita. Anche lì, una guerra civile che abbiamo dimenticato e che viene cavalcata da Russia e Usa per motivi diversi da quelli della difesa della libertà e della vita umana. Nel volto di Omran che si tocca la testa e guarda stupito il sangue che ne esce, forse nemmeno consapevole di quanto la morte gli sia passata vicino, io vedo l’origine di altre guerre e odi che oggi stiamo preparando. La crudeltà del potere impositivo che uccide tutti e tutto non sarà all’origine di una pace duratura. E poi vedo il ragazzino che parte dall’Egitto per chiedere cure per il proprio fratellino e la solidarietà che rompe il silenzio sui profughi di ogni tipo che giungono sulle coste dell’Europa. E penso a quanto questa vecchia Europa avrebbe ancora da dare al mondo, perché potrebbe temperare la paura, la violenza e la prepotenza ricordando la propria esperienza, quella per la quale dai totalitarismi siamo nati alla democrazia, dalla guerra alla collaborazione e alla coabitazione. L’Europa non può rimanere in silenzio di fronte alla prepotenza degli Usa e della Russia. Non può rincorrere chi distrugge annunciando degli obiettivi e perseguendone altri. L’Europa deve alzare la propria voce per Omran e il bambino egiziano e per tutti quelli che vengono massacrati in nome di ideologie ancorate a strategie di potere e di influenza. Il male minore da pagare per una guerra che potrebbe sembrare giustificata deve avere obiettivi precisi, chiari, senza sottofondi occulti di interessi, altrimenti è solo una guerra che si nasconde dietro la maschera della liberazione dall’Isis, ma in realtà nasconde fini meno nobili, seppellendo le grida di innocenti sotto delle macerie, grida che nessuno ascolterà, perché tutti gioiranno della sconfitta del nemico, non ricordando i morti innocenti causati dal potere e dagli interessi. Forse l’Europa potrebbe prendere un’altra strada e di questa altra via il mondo ha molto bisogno.

James

martedì 16 agosto 2016

Sulla violenza. Pensieri di mezza estate.

Nei giorni successivi alla festa dell’Assunta, o a quello che si chiama Ferragosto, in fondo a Bergamo, per lo più, si vive in una situazione calma. Molte attività sono chiuse, le scuole ancora non hanno iniziato le loro attività, tanti bergamaschi sono via per qualche giorno di vacanza. La città non è completamente vuota, qualcuno lavora, nel settore dei servizi o in quello commerciale, ci sono turisti, insomma c’è un po’ di vita. Però, certo, non l’intensità della vita non è paragonabile a quella che si sperimenta durante l’anno. Tra pochi giorni, dopo questa brevissima tregua, saremo di nuovo tutti in pista, ognuno dietro alle sue attività e agli impegni che non ammettono rinvii. La calma di questi giorni tuttavia, se uno lo vuole, aiuta la riflessione. Uno dei pensieri che mi hanno occupato in questi giorni è stato quello della violenza. In fondo quest’estate è stata all’insegna della violenza. Ricordo Nizza, ma anche altri eventi in Europa e nel mondo. Quello che mi inquieta è che ormai li vedo alla tv, sugli altri media e sui social network come fossero una notizia che dura il tempo nel quale mi viene trasmessa. Poi si riparte, come se quello che hai visto, sentito o letto, rimanesse in un angolo della memoria, archiviato. Uno dei tanti fatti violenti a cui sei stato chiamato dall’informazione. La vita va avanti, con i suoi obiettivi, i suoi riti, le sue speranze. Eppure sangue e morte si sono abbattuti sull’esistenza di persone per cause diverse, dal terrorismo alla pazzia, dal femminicidio alla rissa. Non so come vivere questa abitudine alla violenza. Io mi sento in colpa, come fossi un sopravvissuto. Però la mia sofferenza e la mia preoccupazione dura un istante, quello della notizia. Vengono uccisi bambini in un bombardamento e mi dico che è un prezzo da pagare per la sicurezza del mondo, d’altra parte però non riesco a pensare che un mondo giusto e pacifico possa nascere da morti innocenti. Tutti mi dicono: vedrai l’Isis prima o poi verrà sconfitta, ma questa sconfitta la siamo pagando con migliaia di morti alcuni dei quali, tra l’altro, muoiono nelle acque dei mari in cui andiamo a bagnarci. E’ questo il pensiero che facevo mentre nuotavo quest’estate in Liguria. Stai nuotando in un mare di morti. La violenza entra anche nelle bracciate spensierate. Ci sono pensatori che ti consolano e ti dicono che la violenza e la morte fanno parte dell’origine dell’esistenza umana e della cultura. Però io non mi tranquillizzo e penso che la violenza sia solo un momento della nascita dell’uomo, ma secondario a un altro momento, quello per il quale ogni uomo scopre se stesso nella relazione reciproca. Io mi sento assolutamente impotente quando vengo invaso dalla violenza che ha volti e nomi, e anche da quella che rimane nell’occulto. C’è però questa idea profonda che mi accompagna da quando sono nato, anzi, da prima che nascessi, perché già nel grembo di mia madre io ne sentivo la voce che era segno reale di custodia. E questa idea si chiama appunto relazione reciproca. Relazione significa apertura all’altro, entusiasmo per la sua presenza e la sua novità. Ma non basta, occorre la reciprocità, vale a dire l’esperienza per la quale vuole essere per me chiedendo la mia risposta libera e nella mia risposta libera io sono per lui. Non è una relazione unica, quella caratterizzata dalla prevaricazione del potere, che si realizza nei piccoli gesti quotidiani sino a arrivare alla violenza. E’ reciproca, appunto, perché è abitata dall’attesa dell’altro. La reciprocità è un valore civile, antidoto alla violenza e generatrice di libertà. In questi giorni è stata liberata una città siriana, Mambij. Tra l’altro un grande merito per questo successo l’hanno avuto le guerrigliere curde. Bene, se avete seguito le notizie, una delle prime cose fatte dagli abitanti, è stata quella di ritornare alla propria singolarità, togliendosi i segni della omologazione imposta con la violenza e il terrore. Burqa bruciati e barbe tagliate. Non può esserci civiltà dove non c’è reciprocità, dove viene omologato tutto e spariscono le singolarità che sono la bellezza dell’umanità e la sua ricchezza. Però anche questa conquista ha dovuto essere violenta, speriamo che almeno la sofferenza aiuti tutti a superare la violenza per accedere all’espressività e a quello che consente l’espressività: il diritto, la democrazia. Ma anche noi che viviamo nella democrazia e ne stiamo celebrando il declino, dovremmo ricominciare a comprendere che il potere deve essere al servizio della libera reciprocità, e non il contrario. Altrimenti ci troveremo a svendere una democrazia senza respiro e senza umanità.

James

giovedì 11 agosto 2016

L'uomo al centro della politica...una speranza

Non so voi, ma io sono molto preoccupato per quanto riguarda l’assetto politico mondiale del futuro.
Le lezioni per la presidenza degli Usa si stanno rivelando una sorta di fumetto costituito da caricature. I due candidati, Trump e Clinton, potrebbero essere personaggi da fumetti, se non ci fosse un particolare che inquieta, il fatto che uno dei due sarà a capo di una potenza mondiale. Uno non saprebbe veramente chi scegliere, o forse potrebbe pensare di votare il meno peggio. Alla fine di giugno sono andato il Liguria per lavoro. Ci sono andato in treno. Nel mio scomparto c’erano tre donne statunitensi, una piuttosto anziana, era la nonna, le altre due giovanissime, erano le nipoti. Bene, venivano dalla California e erano in Italia per le vacanze. Quando ho loro detto che una figura come Trump mi preoccupava, si sono subito infiammate. Lo difendevano a spada tratta, dicendomi che, in fondo, è meglio lui che si è fatto da solo e dal nulla, piuttosto che una come la Clinton che non ha mai costruito niente nella vita. Mi ha fatto impressione che diverse generazioni la pensassero allo stesso modo e che fossero donne. Uno degli argomenti a favore di Trump era che gli statunitensi non ne potevano più degli immigrati. Interessante, noi pensiamo agli Usa come il paese delle grandi opportunità per tutti e, invece, la famigliola era convinta che questa cosa dovesse finire, anzi, pensavano che l’immigrazione fosse uno dei motivi del declino del loro paese.
Non è che le cose vadano meglio in Europa. In fondo l’Unione Europea la pensa esattamente come Trump, tranne poi scandalizzarsi per le cose che dice. Ci si può sorprendere del modo in cui le dice, ma la politica di chiusura e di insofferenza verso il fenomeno dell’immigrazione è la stessa. Il nostro paese, come anche la Grecia, sono stati lasciati soli a gestire il flusso di persone disperate. Qualche elemosina non basta certo per rispondere a un fenomeno di così grandi dimensioni. Su questa cosa vorrei spendere una parola. Da tempo la Chiesa Cattolica, tramite il Papa, i Vescovi e altri organismi, sostiene che le guerre in medio oriente sono assolutamente inutili e provocano migliaia di vittime innocenti. E questo sin dalla guerra del Golfo. Ricordo che Giovanni Paolo II rimase solo a condannare gli interventi militari che, da allora, hanno la stessa strategia: distruggere un paese con i bombardamenti e poi entrare nel paese stesso senza sacrificare troppi dei propri militari. Peccato che nel frattempo si sono devastate intere aree, uccise vite innocenti, ridotto città a cumuli di macerie. Parlo di vari paesi, ma cito soprattutto l’Iraq, la Libia e il tentativo che ora si sta portando a termine in Siria. Il famoso stato islamico nasce da queste guerre, dall’odio che esse hanno seminato e dalla compiacenza di chi lo ha foraggiato contro l’obiettivo di turno. Ma questo accade anche in Africa, non se ne parla, ma anche lì stiamo combattendo guerre che sfruttano rivalità locali per affermare la nostra presenza. Ecco, gli Usa hanno partecipato e partecipano a tutto questo e, secondo me, sono assolutamente contenti che l’Europa sia in difficoltà. L’Europa poi, l’unica risposta che sa dare ai misfatti ai quali pure ha partecipato, è la chiusura. Bombardiamo, distruggiamo città e vite umane, insieme ai terroristi, e vorremmo che le popolazioni stessero dove sono, sotto le bombe, senza acqua e cibo, oppure a aspettare il capo dell’Isis di turno o di altri raggruppamenti armati, passino per trucidarli. E’ come se uno pretendesse di smuovere intere aree del mondo con la violenza lasciandone fuori dalla porta le conseguenze. Come dire che io distruggo il tuo mondo e tu devi annegarci, senza tendere la mano verso di me, perché tu eri una minaccia prima e lo sei anche ora. Prima perché mi inibivi l’accesso alle fonti energetiche, ora perché vieni a disturbare la pacifica convivenza di un occidente che non conosce altro valore se non quello del mercato. E poi anche all’interno del continente ci sono già egoismi che lo stanno distruggendo. Ogni Stato pensa a sé e ha perso l’idea dell’Europa. La Germania guadagna sulla miseria degli altri, il Regno Unito scappa perché non è più conveniente starci, tranne ripensarci. Tutte piccinerie intellettuali e politiche, segno di una politica che non c’è più, ma questa politica è a sua volta segno della povertà civile che noi tutti creiamo.

Ogni tanto mi domando da dove occorre ripartire. L’unica risposta che trovo è che occorre urgentemente tornare alla base della società civile e, per esempio, iniziare a riscoprire i valori della nostra Costituzione e dell’ispirazione della Unione Europea. Si, in questo mondo senza memoria noi dobbiamo ripartire dalla memoria. Dovremmo ritornare all’idea che ha consentito di porre fine alla guerra civile italiana e ai conflitti europei, vale a dire dal mettere al centro l’uomo. Non l’economia o la finanza, ma l’uomo. So bene che qualcuno dirà che sono un ingenuo, ma continuo a pensare che dove l’uomo viene calpestato e dimenticato, sparisce la civiltà e, di conseguenza, restano solo procedure economiche e finanziarie che muoiono perché non c’è più il destinatario: l’uomo. Ecco, vorrei una società civile che ripartisse da questo, dalle cose semplici, grazie alle quali ci si ritrova capaci di parlare il linguaggio della solidarietà. Magari diventeremmo immediatamente più poveri, ma riusciremmo a riconquistare la radice di ogni ricchezza: la libertà. C’è oggi qualche politico che pensi questa possibilità? C’è qualche programma di partito che ci dica che siamo noi, ognuno di noi oggetto della cura della politica e non il nostro portafogli? Per quello che ne so non c’è nel panorama politico internazionale questo ideale, e questo è il motivo dell’abbruttimento e della inautenticità della politica. Tutta giocata sui risentimenti e le paure e non sulle possibilità. Un’asfissia ipocrita che si perpetua da anni, da decenni. Quando parlo di immigrati non parlo di numeri, ma di volti e storie. Quando si parla di esuberi da liquidare non sto facendo un conticino, ma sto lasciando a casa uomini e donne che privo della loro unica capacità di sopravvivenza: il lavoro. E così quando parlo di creditori, di utenti di banche. Si dovrebbe iniziare veramente a scoprire i volti che i numeri nascondono, per riscoprire una politica più umana, che resiste alla globalizzazione della funzionalità e dell’interesse. Credo sia questa l’unica strada per cercare e trovare una pace mondiale duratura. In fondo anche gli Stati hanno senso perché sono costituiti da volti e da storie. Penso che la democrazia finirà se essa non ritornerà a riscoprire la dimensione umana del politico, del potere. Finirà perché quando la politica e il potere diventano pratiche impersonali, senza avere più presenti i volti dei popoli, allora chiunque può avere il potere perché quest’ultimo si ergerà sull’indifferenza. Non stiamo andando forse pericolosamente verso quella direzione?
James

martedì 9 agosto 2016

La voce, esperienza di libertà.....

La voce è un mistero. Certo, è un suono, come tanti ce ne sono nella vita. L’uomo fa tanti rumori. Per esempio quando mangia, provoca un rumore interno e esterno. Emettiamo vari tipo di suoni e rumori con la nostra bocca. Ma quando e perché il rumore diviene voce? E pensare che si può descrivere il meccanismo da cui nasce la voce: vibrazioni, onde trasportate dall’aria. Ha la consistenza della fragilità dell’aria la nostra voce e tuttavia ha la capacità di risuonare all’interno dell’altro. E’ come un precursore oscuro che accompagna e rende possibile la parola, che c’è prima della parola e rimane dopo, quando non ci sono più parole, perché la nostra voce permane anche nel gemito. Se ci pensiamo è la realtà che ci richiama al “fuori” quando siamo ancora nel grembo della madre e che ci accompagna agli inizi, mentre ancora non comprendiamo il significato delle parole. E tuttavia le inflessioni della voce ci guidano a aprirci al mondo, ci sostengono, ci comunicano l’orientamento anche quando non vediamo. La voce è un evento per il quale noi lanciamo noi stessi nel mondo, presso gli altri, mentre riceviamo noi stessi da questo fragile afflato che bussa alle nostre orecchie e entra in noi risuonando. E la voce non è anonima, ha sin dall’inizio un timbro, una caratteristica che la rende inconfondibile. Heidegger dice che per indicare l’esperienza della coscienza noi usiamo le parole “voce della coscienza”. Dice anche che questa voce è silenziosa. Ma come fa una voce a essere silenziosa? La coscienza è un appello che tuttavia risuona soltanto nella nostra risposta. La voce della coscienza si può iniziare a sentire solo nel tuo sì. Interessante questo. La voce è pervasiva, ma non è impositiva, risuona, ma solo se rispondi e la lasci risuonare. Come si riesce a lasciarla risuonare? O meglio, che cosa succede quando non risuona? Accade il silenzio. Esso è ambiguo, può essere il silenzio che si dispone affinché la voce risuoni con tutta la sua potente fragilità, ma può essere anche il silenzio inteso come barriera che chiude la possibilità alla risonanza. E’ incredibile come la voce sia già in fondo un atto di libertà. La sua origine e il suo arrivo sono precisamente la manifestazione di questo atto. In questo senso l’esperienza della voce è una interpretazione delle tonalità che ne cercano i significati, sin da quando siamo bambini, ma precisamente perché essa è la manifestazione di ciò che inizia da me e l’esperienza della pervasività non impositiva dell’altro. Nel silenzio risuona una voce che attende di essere accolta e interpretata. Il silenzio è l’altra faccia della voce e entrambi sono ciò che dà origine, accompagna e segue la parola. Senza il suo suono non ci sarebbe grammatica, ma il suo suono è già una grammatica umana.
La descrizione di questa esperienza misteriosa può essere un invito a non anestetizzare questa esperienza. Oggi va di moda l’urlo, che certo è una declinazione della voce. Ma spesso l’urlo è indice che la voce tenta di essere non più pervasiva e invitante, ma impositiva e disperata. Forse siamo chiamati alla coltivazione del mistero, alla contemplazione di questo evento, che è la voce, parte da me in modo assoluto, e arriva a me come una richiesta di risonanza. Una contemplazione che fa emergere l’esperienza di libertà che abita questo inizio e questo arrivo. Un’esperienza che anima di spirito la profondità della nostra carne e che ci dice che, sin dall’inizio, noi siamo significanti in tutto quello che facciamo e viviamo, persino nel flebile moto d’aria che dà origine alla comunicazione. Da questa contemplazione appare a noi l’insopprimibile comunanza che ci apre all’altro e, forse, una maggiore finezza nell’ascoltare i nostri gemiti e quelli dell’altro, al di qua delle lingue e delle culture e dentro le lingue e le culture che abitano l’umanità contemporanea.

James