martedì 17 gennaio 2017

Dio è più vicino di quello che si pensi...tentativi

Non so se ci pensate spesso, io ultimamente molto. La vita ci precede e ci segue. Nessuno di noi ha posto la vita e nessuno di noi la toglie, anche quando la si toglie è la vita che ci lascia, non è una cosa che noi facciamo la vita, è un’esperienza che ci costituisce e che noi cogliamo inevitabilmente come nostra. Ma la questione fondamentale è che noi non ci sentiamo autentici se non viviamo la vita, l’individuazione di una vita che noi siamo, come vita, vale a dire in modo produttivo. Il termine produttivo non ha il senso della produzione che ha come finalità un qualche risultato, secondo lo stile dell’economia. Qui produttivo significa che noi siamo noi stessi quando siamo in atto espressione di noi stessi, singolarmente. In sostanza noi creiamo noi stessi nell’atto che siamo chiamati a essere, senza essere creatori della condizione che ci consente di essere creativi, la vita, appunto. In fondo non aveva torto Nietzsche, così come non aveva torto il mio buon Deleuze. C’è una vita attuale che mi precede e che è la ragione stessa della mia esistenza attuale, e io trovo me stesso non quando imito la vita, ma quando sono la vita stessa nell’atto in cui mi esprimo. Io sono una sintesi senza la quale non c’è nulla, non c’è il mondo, ma il mondo mi rivela a me stesso come una sintesi. Io sono “una vita” senza la quale non c’è la vita, ma la vita è sempre condizionata, nel suo manifestarsi, al mio essere una vita. Io posso anche diventare un signor “zero”, anonimo, ma il mio anonimato è assolutamente fondamentale affinché la vita si esprima in un atto produttivo, creativo. In questo senso ogni tentativo di pensare il soggetto come una sostanza già predefinita e conclusa è un’avventura senza possibilità di riuscita ormai. Esse soggetto significa attuarsi e rendere la vita un’attuazione singolare è proprio dell’uomo, è umano, molto umano.  Come dire, il soggetto nasce da una chiamata che è prima del soggetto, e diventa soggettività soltanto nell’atto in cui esprime la vita. In questo senso il soggetto è una storia, un tempo, un’esistenza. Ma senza quella partecipazione all’affermazione della vita con il proprio atto, partecipazione produttiva che ha la caratteristica dell’assolutezza, non ci sarebbe la vita stessa, il mondo, l’altro, perché non ci sarebbe il sensibile. Il vero inatteso del sentire è quell’evento che altrove ho chiamato sentir-si, un “si” che avviene in un atto che si riconosce preceduto dalla vita che lo ha reso possibile e che pure non è più semplicemente quell’atto. Io sono inatteso, eppure l’inatteso che sono cambia il mondo, perché proprio come inatteso manifesto il mondo, e la vita che coincide con me nell’atto in cui mi pongo. La nostra libertà non può essere che produttiva e espressiva. Mai funzionale. C’è un’anarchia in ogni carezza, in ogni bacio, in ogni parola. Un’anarchia insopprimibile, perché è espressione irriducibile della vita. Forse di questo dovremmo ricominciare a parlare. Non si tratta semplicemente dell’originalità o della capacità individuale, ma del fatto che ogni volta che apriamo bocca accade qualcosa di irriducibilmente diverso in questa storia e in questo mondo. E’ come se la vita che ci precede fosse la condizione della nostra esistenza e, nello stesso tempo, fosse condizionata irreversibilmente dalla nostra esistenza. La vita è una condizione condizionata, irreversibilmente, da noi. Questa è la nascita del soggetto. Nessuno può pensare di passare da questa condizione a Dio in modo deduttivo, quasi si giungesse a una conclusione necessaria. L’unica necessità qui, è quella della vita e dell’atto che la attualizza, atto che io sono chiamato a essere. L’interessante è che questa attuazione la vivo insieme agli altri, senza mai che gli altri possano sostituirsi a questa attuazione che io sono e nemmeno io all’attuazione irriducibile che essi sono. Ma il segreto di questa convivenza è il reciproco condizionamento, per cui io sono per l’altro essendo pienamente l’atto che io sono e così reciprocamente. L’unica possibilità che si dia un Dio è che questo Dio sia la vita, vale a dire Colui che si auto condiziona perché io lo riconosca attuandomi produttivamente, esprimendo in me stesso ciò che Lui è. E così è per l’etica. . L’appello dell’altro è autentico nella misura in cui si lascia condizionare dall’attuazione irriducibile che io sono, precisamente come la vita. E questo vale per me nei confronti degli altri, vale per ciò che chiamiamo Dio, e per noi nei confronti di Dio. L’atto è una relazione purché rimanga un atto irriducibile alla relazione stessa, divenendone così il polo costitutivo…. Anche il sentire è un atto, una sintesi aperta già da sempre al reciproco condizionamento, proprio perché è inatteso all’origine e inatteso per ciò a cui tende. Ci sarebbe molto in questo senso da dire sul desiderio, sull’inconscio. Preferisco il desiderio “officina” di Deleuze a quello freudiano. Insomma diamoci da fare….Dio è più vicino di quello che uno pensi.

James

domenica 15 gennaio 2017

Sui due adolescenti omicidi. Uscire dall'angoscia...se possibile

Questa mattina, dopo la Messa, sono passato a salutare i ragazzi e le ragazze del catechismo, mi sono fermato a discutere e a condividere pensieri con alcuni di loro. Pensavo, mentre parlavo con loro, che la Provvidenza ci fa un grande regalo quando nasce un bambino. Quando li guardi negli occhi e li ascolti, ti accorgi che da educatore diventi discepolo. Non tanto perché loro, piccoli, hanno da insegnarti chissà cosa, non hanno studiato molto, non hanno bagagli culturali così importanti. Eppure diventano degli insegnanti, proprio perché stanno scoprendo la vita, nel bene e nel male. E la stanno scoprendo colorando la vita con la loro unicità bellissima. Mi sento sempre assolutamente inadatto a essere educatore, proprio perché non so se riesco a trasmettere la gioia che il loro sguardo, i loro gesti e le loro parole mi trasmettono. Sì, perché essere educatori, penso, significa innanzitutto accompagnare questo cammino che non siamo noi a fare e a determinare, ma sono loro a compiere. Siamo solo custodi di un evento misterioso e bellissimo che si compie. Di fronte a un bambino che mi parla vorrei solo essere umile e non presuntuoso. E questo vale per gli adolescenti e i giovani che incontro. Vorrei insegnare semplicemente che loro mi rendono partecipi della loro vita, e io cresco, imparo, gioisco della bellezza che mi donano. E chi se ne frega se non capiscono tutte le mie prediche e le mie paturnie, mi basterebbe capissero quello che provo quando incrocio i loro sguardi, i loro sorrisi, le loro tristezze. Loro non sono me, mi confidano la loro vita, e io scopro la ricchezza dell’umanità. Non ho nessuna pretesa nei loro confronti, so di essere semplicemente custode di un tesoro, fragile, non lo devo scheggiare. La vita lo scheggerà questo tesoro, ma quando accadrà spero si ricordino il mio sguardo attonito. In questi giorni tristi per la vicenda dei due adolescenti che hanno programmato e messo in atto l’omicidio dei genitori di uno dei due, molti hanno scritto e detto sulla vicenda, persone certamente più preparate di me. L’angoscia che ho provato in questi giorni mi ha tolto la voce, non solo quella fisica, a quella ci ha pensato l’influenza, mi ha tolto la voce della coscienza. Ho sperimentato qualcosa a cui non riesco a rispondere, nemmeno riesco a giudicare o a mettere insieme due idee che abbiano un senso. Quando penso a un adolescente che, insieme all’amico, pianifica l’omicidio dei genitori e lo mette in atto con tanta violenza, non ce la faccio proprio a rispondere a questi esiti tragici della vita. Rimango muto, inattivo, quasi completamente passivo e inerte. E’ come se la mia coscienza si rifiutasse di assumere queste esperienze. L’unica via di uscita chew trovo per tornare a respirare il mio spirito e quello degli altri è tornare a essere discepolo umile della crescita degli uomini e delle donne che mi sono stati affidati in questo momento. Vorrei tanto che i ragazzi e le ragazze che incontro capissero che io non sarei lo stesso senza di loro. Che io non pretendo nulla da loro, semplicemente vorrei accompagnarli in giardini in cui si vive un’umanità giusta, aperta, libera, espressiva, capace di sentire in sé la vita degli altri. Semplicemente questo vorrei. E poi prendano la loro strada, facciano il loro cammino, sapendo che da me potranno bussare sempre, trovando uno che di libertà e bellezza se ne intende, Gesù. Vorrei tanto che loro si accorgessero che questo custode fragile non ha altra forza  se non quella dell’umanità, quella stessa umanità che mi rende ogni giorno discepolo della bellezza sempre nuova di questi ragazzi e ragazze. Loro non saranno mai come me? Non la penseranno come me? Faranno cose diverse da quelle che io penso per loro? Non importa. Mi basterebbe si ricordassero del mio sguardo, di quando i nostri sguardi si sono incrociati, e si ricordassero di come mi hanno fatto innamorare dell’umanità. Come lo sguardo di Gesù, che scruta nel cuore degli uomini e trova sempre una novità e una possibilità per scoprire la bellezza dell’umanità e sentirla nelle sue viscere. Il mio pensiero non offre ricette, però mi ha aiutato in questi giorni a uscire dall’angoscia provocata in me da quella notizia. La forza della mia coscienza che mi chiama a essere educatore viene semplicemente dallo sguardo bellissimo dei miei ragazzi, delle mie ragazze: bimbi, adolescenti, giovani. La mia gratitudine nei loro confronti non si esaurirà mai.

James

mercoledì 11 gennaio 2017

Sulla CULTURA.....EDUCHIAMOCI....

In questi giorni ho meditato sul tema della cultura. Molto si dice su questa dimensione fondamentale dell’esistenza umana e molte sono state le definizioni e le descrizioni che, man mano, nella storia sono state proposte. A me piace molto la metafora agricola, legata appunto alla coltura, alla coltivazione. Chi si dedica alla cultura è come un coltivatore: dedicato completamente a ciò che deve far crescere per raccogliere i frutti e condividerli. Ma che cosa coltiva la cultura? Penso l’umanità, la sua storia, la sua esistenza. Fare cultura significa sporcarsi le mani con la terra di cui l’uomo è fatto. Non vuol dire semplicemente conoscere delle idee, ma chiedersi come quelle idee di cui si viene a sapere portano a approfondire la bellezza e il tragico dell’esistenza umana. Appunto come il contadino che annaffia, zappa, cura con pazienza, aspetta. Si, la cultura ha bisogno di molta pazienza, le è necessario il tempo prolungato della sedimentazione e della meditazione. Tempo dedicato quotidianamente senza avere fretta che i risultati arrivino, perché, se il tempo della pazienza si instaura nella vita di chi si dedica alla cultura, allora si può già dire che il risultato della cultura stessa è già stato in parte raggiunto. Attesa, pazienza, sedimentazione, silenzio. Alla cultura oggi viene richiesto di essere spendibile e di fare mercato. Questo può avvenire per alcuni dei suoi frutti. Quando essi nascono, possono essere condivisi e diventare patrimonio di una civiltà. Ma quella richiesta non è plausibile per l’inizio e il percorso di un’esistenza dedita alla cultura. Occorre molto da spendere sì, ma gratuitamente e, spesso, senza risultati tangibili immediati. E non ci può essere cultura su richiesta, precisamente perché ogni sua espressione nasce dalla ricerca, certo, ma spesso ri realizza come un evento inaspettato. Proprio come il coltivatore, lavora, cura, ma il frutto non è scontato, occorre attendere che nasca per gustarlo. Inoltre la capacità di esprimere la vita viene spesso messa alla prova dall’aridità, dal gelo, dalla solitudine, dall’indifferenza. Insomma, la cultura non è una cosa, ma l’esistenza umana che si esprime, meglio, è l’espressione della capacità dell’espressione dell’esistenza umana che appartiene a ogni essere umano, e che trova in alcune espressioni la propria voce. L’uomo non è mai spendibile, è semplicemente godibile, è un mistero unico dal quale continuamente nascono domande, che spesso devono essere mantenute come domande, senza la pretesa di trovare immediatamente delle risposte. La pratica della colture, del contadino, non è mai una pragmatica del risultato. Certo, si coltiva per cibarsi, ma la pratica della coltivazione è una sapienza umile, capace di riconoscere, rispettare, curare e di meravigliarsi dei ritmi della vita. Questa dimensione pratico-contemplativa è quella che, a mio avviso, manca nella cultura contemporanea. Manca l’umiltà dell’attesa dell’evento che ci consente di esprimere. L’educazione all’attesa della coltura è forse una delle mancanze più gravi della società contemporanea e delle sue istituzioni culturali. La passione per la cultura non nasce perché se ne vedono i fini e i risultati, ma perché si diventa sempre più umani lavorando continuamente alla coltivazione della pianta dell’umanità e della sua storia. E’ il lavoro stesso che è impagabile per gli effetti di trasformazione e di profondità che provoca nella propria esistenza. Forse è a questa idea, a questa dimensione che dobbiamo tornare per riprendere le fila della nostra storia. Un po’ come quando davanti a un dipinto rimaniamo in silenzio, perché esso ti parla dentro e ti consente di ritrovarti sempre più radicato in quella umanità che è tua perché ti è stata consegnata. E così accade quando leggi un romanzo, guardi un film. Si attua una genesi di te stesso nuova e antica, dalla quale esci trasformato, ma quella genesi nuova accade perché colui o colei che ti hanno offerto un’espressione dell’umanità, trascrivono nella propria opera la pazienza dell’attesa dell’evento che ha consentito loro di esprimersi e che ora tu vivi grazie alla loro trascrizione. E’ come se dessero voce al gemito che da sempre ti abita. E questo aspetto della cultura non ha altro fine che se stessa, in quanto è l’uomo stesso, la sua vita. Forse questo dovremmo far passare a scuola, all’università e nei vari contesti che cercano di rendere spendibile la cultura, vale a dire la non spendibilità della cultura stessa, dalla quale emerge proprio la sua insostituibilità….pensieri sparsi, non esaustivi.
James

giovedì 5 gennaio 2017

Epifania. Noi i Magi del Web

I Magi, l’Epifania. E’ sempre impressionante come quell’episodio del Vangelo di Matteo sia attuale. Si possono dire molte cose su quel brano e sull’Epifania. A me colpisce sempre l’idea che questi sapienti, assolutamente  estranei alla tradizione biblica, abbiano visto sorgere la stella di Gesù. Come se uno scrutando il cielo della propria coscienza intraveda una luce, senza nome. Una luce che tuttavia consente di vedere il cielo della coscienza, le realtà profonde della vita. Un luce che accompagna silenziosamente la tua coscienza e la spinge al cammino dell’esistenza. Luce silenziosa e cammino, che porta all’incontro con una storia, una scrittura, quella del popolo d’Israele. Un incontro che si chiude in apparenza in una corte, luogo di potere e di studio di quella scrittura. Ma la luce ha la bellezza, la semplicità e la fragilità inquietante che non può essere trovata nella regalità del potere e degli intrighi. Lì, paradossalmente, si hanno le informazioni della tradizione, della storia della fede, ma non se ne conosce più il significato. E’ stato smarrito, sepolto. I magi invece, non hanno la tradizione e la scrittura, ma sanno che il significato della loro ricerca si deve presentare come quella stella silenziosa, che però è affascinante perché non parla il linguaggio dell’imposizione o della violenza, dell’intrigo o della strategia, ma quello dello svelamento, è luce che svela un possibile cammino, e tu la insegui, e più la insegui più trovi te stesso come colui che la cerca, e ti senti autentico, quasi in pace con te stesso, una pace inquieta, in cammino. In questo senso la Scrittura diviene assolutamente interessante per questi misteriosi personaggi, racconta di un nato, e si manifesta come un bambino. Ancora una volta un senso fragile come un bimbo che si è affidato alla custodia e al cammino dell’uomo. Precisamente in questi segni agisce Dio. Non si dice se questi Magi siano tornati a casa loro come credenti, però si dice che offrono i loro dono profetici e si prostrano per adorare nella gioia Colui che è il compimento del loro viaggio e l’inizio di un nuovo cammino. In questo episodio e in questa festa troviamo tutto il segreto del cristianesimo e la sua capacità di essere disponibile per tutte le culture, pur non identificandosi con nessuna, anzi, per la sua capacità di leggere le diverse culture dell’umanità a partire dal paradigma biblico, come se la Scrittura, in quanto iscrizione della storia dell’agire di Dio e della risposta dell’uomo, fosse capace di far emergere la bellezza della ricerca umana, del cammino dell’uomo. Il cristianesimo non è un’idea, ma una persona, Gesù. Egli ha lo stile della stella, della luce, ti conduce perché tu cammini, e il tuo cammino, il cielo della tua coscienza, è l’orizzonte in cui quella luce si mostra in tutta la sua bellezza. Quei Magi siamo noi, sono tutti gli uomini e le donne che in questa storia, sono giunti alla bellezza dell’incontro voluto da Dio. La luce, Gesù, ha una regalità particolare, rischiara la coscienza umana con la luce della singolarità. La singolarità di Dio che non è un dio indeterminato, ma quella di Gesù e della sua storia, e la singolarità del gesto di ognuno, uomini e donne, che riconoscono i tratti dell’autenticità nella singolarità di Dio. Ma occorre prendersi il tempo per scrutare il cielo della coscienza e l’autenticità di chi sa gioire per l’inatteso sempre atteso. Forse l’Epifania è anche la festa della cultura, della ricerca non funzionale, quella che ogni donna e uomo mettono in campo per ritrovare se stessi in ogni esperienza che vivono. Sarà per tutti questi motivi che la chiesa è universale, proprio perché è la comunità dell’universale che è tale proprio perché è singolare. E sarà per questo che il padre nostro si prega in tutte le lingue, perché non mortifica, ma apre all’assoluto, la singolarità di ogni tradizione….Stiamo ancora attendendo i Magi della complessità e del web, o forse già ci sono, e siamo noi che li stiamo aspettando.

James                                 

venerdì 30 dicembre 2016

Sulla PACE. Pensieri di un visionario

Spesso, quasi ogni giorno ci ritroviamo a parlare della pace. Lo facciamo perché la situazione mondiale continuamente ci porta a considerare le diverse strade possibili per giungere alla pace, almeno a quella possibile. Ormai è facile cercare notizie sulla situazione delle varie parti del mondo. Se uno vuole ha notizie in tempo reale su quello che sta accadendo anche lontano da noi. Occorre tuttavia dire che la nostra stampa, fatta qualche lodevole eccezione, non sempre informa sui conflitti presenti in varie parti del mondo. Il silenzio si stende spesso su violenze, morti, persecuzioni, e non è  il silenzio della pietà o dello sbigottimento, semplicemente è il silenzio della dimenticanza del disinteresse e dell’oblio. Epitteto, nel suo scritto Diatribe, ci suggerisce un esercizio, una sorta di esame di coscienza: “La mattina, non appena alzato chiediti: ‘Cosa mi resta da fare per acquisire l’impassibilità e l’assenza di turbamento?’”. E’ una domanda, una proposta. Per essere felici occorre maturare una certa imperturbabilità, occorre arrivare a una certa autarchia, non dipendere dagli altri, non lasciarsi turbare. Forse noi siamo giunti a questa sorta di assenza di turbamento, una sorta di tentativo di ritrovare noi stessi, la nostra vita, prendendo le distanze dalla violenza e dalla morte. E, sinceramente, ogni tanto, penso che questa sia l’unica soluzione che rimane per la nostra esistenza. D’altra parte, che possiamo fare noi per la pace? Sono talmente complesse e intricate le situazioni, recano in sé scelte politiche, interessi economici, puntigli, smanie di potere. Nemmeno gli organismi internazionali riescono a intervenire in modo efficace. In fondo, dentro una storia che continua a conoscere guerre, basterebbe sviluppare quella capacità di prendere le distanze e lasciare che l’apparenza della vita si dissolva nella propria precarietà. Epitteto non esortava certo al disinteresse, anzi, dall’esame di coscienza che lui proponeva uno doveva uscirne più consapevole della propria capacità razionale e del compito che questa assegna a livello civile. Invece oggi ho l’impressione che  la ricerca di assenza di turbamento, dell’impassibilità, sia in fondo ispirata dall’indifferenza. Tutto accade come se noi stessimo alla finestra a guardare ciò che scorre nel fiume della storia, e anche a fronte dei richiami della nostra coscienza che non riesce più a sopportare le guerre e le stragi, noi rimanessimo nella finta imperturbabilità di chi non vuole essere coinvolto dal grido e dal gemito delle vittime, dalle ingiustizie, dai soprusi. Ci basta il caminetto della nostra indifferenza che ci fa sentire tranquilli, anche quando il mondo va in fiamme. La notte di Natale abbiamo ascoltato l’annuncio degli angeli ai pastori: “ Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama”. L’annuncio della pace è legato a Dio che è nei cieli, trascendente e inarrivabile, ma che vive questa trascendenza come una relazione d’amore con l’uomo. E’ come dire che Dio non è imperturbabile, anzi, si turba, si contorce, sente nelle sue viscere la vita dell’uomo. La pace si trova in questo turbamento di Dio, nella Sua non indifferenza alla nostra vita. Il lato propositivo alla non indifferenza è l’interesse. E’ l’idea che, ogni giorno, senza tregua, noi sentiamo nella nostra vita la morte degli altri, inflitta. Non è un pensiero semplice il mio, lo capisco. Abbiamo molte cose di cui occuparci, della nostra vita, dei nostri figli, del nostro futuro. Tuttavia non possiamo ignorare che le guerre seminano vittime arricchendoci e lasciandoci davanti al nostro caminetto dell’indifferenza. Epitteto raccomandava l’impertubabilità per riuscire a pensare con lucidità alla vita, noi la invochiamo come un anestetico, che non ci permette di sentire la sofferenza.. Solo Dio può darci la pace, in questo lungo cammino verso l’umanità, della genuina umanità che è la compagna della nostra vita. Ma solo noi possiamo vivere la stessa passione di Dio, nella nostra vita, nelle relazioni con gli altri, sperando contro ogni speranza, pregando, facendo sentire la nostra voce in qualunque modo, sfibrando con la nostra voce l’indifferenza.  Sfibrare con la nostra povera voce l’indifferenza e l’ipocrisia, dare voce alle vittime di sistemi ideologici che si impongono solo con la violenza, segnalare interessi economici che vivono sulla morte di altri. E poi sapere che la pace dell’uomo si trova nella reciprocità, là dove uno guarda negli occhi dell’altro, consapevole che lo sguardo è inizio di reciprocità. Un sogno mai sopito o tralasciato, semplicemente l’indicazione di ciò che Dio ha compiuto con noi, guardarci e aspettare che i nostri occhi incrociassero il suo sguardo. Aspettare con pazienza. In fondo è in questa reciprocità che si dispiega tutta la nostra vita. Tutti mi diranno che sono idealista, ma certamente una delle malattie dell’epoca contemporanea è l’assenza di reciprocità. Tutti urlano la propria posizione, e nessuno ascolta l’altro. Iniziamo a ascoltare l’altro e, per chi crede, preghiamo perché questo atteggiamento sia una cosa normale per tutti gli uomini e le donne di questo pianeta. Io non voglio essere imperturbabile per ragionare e essere uomo. Io voglio sentire il dolore e le speranze spezzate di tanti, uomini e donne, bambini e adulti, che sono stati uccisi per motivi che nemmeno loro sanno, e nemmeno io. Voglio mettermi dalla loro parte, sentire il loro grido, soffrire perché anch’io, anche se non lo so, sono parte di questo fiume nero di violenza. Almeno, può essere poco, ho l’assillo quotidiano di un Dio non indifferente. Quando prego Lui sento che non mi sento in coscienza pienamente umano se non sento il suono tagliente delle voci di coloro che vengono uccisi. E questo mi salva dalla violenza. Però mi spinge anche a indicare con un certo disprezzo l’attuale politica internazionale.

James

mercoledì 28 dicembre 2016

Ultimo dell'anno. Meditazioni sul tempo......

E siamo al termine di questo 2016. In questi giorni ci saranno previsioni di vario tipo per il nuovo anno. C’è qualcosa che tuttavia, ogni tanto, ogni anno, visita la mia mente. Non so se io riesco a dire “Adesso!”, e se questo adesso che io dico corrisponde alla realtà o è già passato. E io, nomade, torno alla ricerca di un futuro che non sarà mai presente, ma sempre passato. Il tempo che passa non è solo una questione di misura. Del tipo, sappiamo che il tempo scorre, lo misuriamo, ce ne rendiamo conto e lo rendiamo uno strumento della nostra giornata: programmiamo, misuriamo tempo e denaro e il ricavo che dall’impiego di una certa quantità di tempo ne potrebbe derivare. Però quando baci, c’è una presenzialità dell’istante che scorre che non è assolutamente misurabile. Il tempo di un bacio è un tempo infinito, senza fondo, senza memoria né futuro. Ma in quel tempo intenso, il tempo stesso scorre, perché tu non sei più come eri prima e nemmeno sai come sarai dopo. Quello del tempo è un mistero, lo diceva Agostino nelle sue Confessioni. Se mi chiedono che cos’è il tempo io rispondo che, certo, lo so. Se mi chiedono di spiegarlo, allora tutto diviene complicato, perché spiegare il tempo sarebbe un po’ come voler dare una esplicazione definitiva a se stessi. Infatti il tempo è esperienza che nasce da qualcosa che cambia e cambiando rimane lo stesso. La ricerca sul tempo nasce da questi due poli, permanenza di me stesso e cambiamento di me stesso. E’ veramente un grande mistero rimanere se stessi cambiando e cambiando rimanendo noi stessi. E’ un mistero che è identico a quello della nostra esistenza. Rimanere e cambiare, cambiare e rimanere. Soprattutto è difficile esprimere questa esperienza. Qualcuno ha provato a descriverla, ma c’è qualcosa che deve essere dato per già esistente affinché il tempo si possa descrivere. Viene chiamato soggetto, coscienza…. C’è un irriducibile che è la possibilità stessa di parlare del tempo e che coincide con noi stessi. La stessa misura oggettiva del tempo, quella degli orologi per intenderci, non sarebbe possibile senza questa irriducibile permanenza che cambia e che permane proprio perché cambia. Si, perché questa permanenza non è qualcosa, non è un oggetto trovato una volta per tutte. E’ una realtà, un sentire, un pensare che deve sempre essere riproposto, ri-posto. Penso sia buona cosa chiamarlo atto. Il tempo si dà come esperienza di permanenza nel cambiamento o di cambiamento della permanenza solo se si pone come un atto. E’ solo l’atto che tesse il filo sottile grazie al quale un insieme di istanti diviene una storia: memoria, futuro e progetto, presente. Il presente che tesse le fila del tempo è precisamente questo atto, ed è ciò che non invecchia in noi, ma ha una storia, perché questo atto siamo noi stessi. E non è un atto astratto, ma è un atto intessuto di carne, di vita. Ogni volta che guardiamo l’orologio noi manifestiamo a noi stessi e al mondo che quello sguardo misurante esprime la continua riconquista del proprio essere un atto non necessario fatto di carne, di emozioni, di vissuti, di percezioni, di meraviglia. E’ come se il mondo si fermasse per indicare la bellezza di questa continua riconquista di noi stessi che noi siamo. Siamo un atto che ha memoria, pieno di cicatrici, ricordi della nostra storia vissuta insieme agli altri. In questo senso il tempo è espressione della nostra libertà, finita certo, ma che continuamente crea una novità possibile che fa storia. Penso che sia necessaria oggi un’etica del tempo, per la quale le pelli giovani e quelle solcate dal tempo diventino la rivelazione di un mistero che ci supera e che coincide con la nostra stessa esistenza. Il tempo è un’esperienza di assolutezza, finita, ma palpabile nei gesti e nelle parole di ognuno di noi. La durata di un gemito è la rivelazione di questo mistero profondo, così come l’intensità di un bacio che raccoglie la carne in un atto di dedizione. Forse occorre appunto tornare a credere nell’uomo, nel mondo così com’è. E questo mondo non è semplicemente la misura del tempo in vista della produzione, ma è la misura della misura, la carne che sa gustare e manifestare l’essere a questo mondo. Rimane aperto il senso di tutto ciò, vale a dire la questione se questa assolutezza trovata che noi siamo, possa trovare un compimento. Ma è solo la consapevolezza dell’etica del tempo che genera la domanda sul senso. Altrimenti il tempo scorre, senza domande e senza novità. Ciò che rende possibili i nostri progetti si sottrae al misconoscimento del mistero del tempo. C’è stato un tempo nel quale questo mistero è stato espresso dall’arte, oggi non so, forse l’arte dovrebbe tornare a esprimere il sovversivo del tempo, di cui la bottiglia stappata a fine anno è solo una lontana immagine sbiadita, che manifesta solo un rito ormai vuoto e soltanto scaramantico.

James

lunedì 26 dicembre 2016

George Michael e il mistero del canto.....

Il suono, abbiamo chiamato in questo modo un’esperienza strana. Ascoltiamo e emettiamo qualcosa che si chiama suono. E’ aria che provoca certe vibrazioni, la cui decifrazione è molto complessa. Soprattutto è un’esperienza che prende la totalità della nostra esistenza, perché il suono è esperienza fisica che porta in sé un’intenzione, o almeno noi cerchiamo di decifrare un senso in quello che ascoltiamo e in ciò che emettiamo, e attendiamo che qualcuno senta e interpreti quello che noi abbiamo cantato o detto, così come interpretiamo ciò che ascoltiamo. E’ impressionante, perché il suono è una delle esperienze più invasive, ascolti, balli, canti, come se non ci fossero barriere. Devi sforzarti per non ascoltare e essere coinvolto, l’unica cosa, la tecnologia, ti consente di spegnere l’origine del suono; oppure puoi scegliere di andartene lontano, verso il silenzio….anche il silenzio ha un rumore, il rumore del non rumore…altrimenti come faremmo a ascoltarlo? In questo anno, si dice, la musica ha vissuto un momento difficile, molti cantanti e musicisti sono morti, l’ultimo  George Michael. Ogni volta che muore qualcuno del mondo della musica, la stessa solfa, eroi della nostra cultura contemporanea. E va bene, hanno fatto un’epoca. Poi quando senti il racconto della loro vita, ti accorgi che hanno vissuto molto spesso nell’eccesso. Forse si ritenevano i rapsodi del nostro tempo, cantavano la nostra vita. Non lo so, non voglio fare il moralista, non mi interessa. Io stesso mi sono sentito e interpretato da molti di questi che si fanno chiamare cantanti e artisti. Mi chiedo solo una cosa. Questi artisti si sono mai resi conto che la loro voce, il loro gesto artistico era già una risposta al mistero della vita? Precisamente come il vagito di un bambino, un suono mai ascoltato, assolutamente originale, e che tuttavia è una risposta alla vita, la vita risuona nell’originalità di un vocalizzo, ma vi risuona come vita. Una gratuità dalla quale nessuno uomo, nessuna dobba potrà mai liberarsi, una sorta di destinazione. Bene, pochi, o quasi nessuno di questi, viventi o morti, sono testimoni di questo istante gratuito…nemmeno nella morte. Molto bravi nelle ricerche di mercato, forse anche molto coerenti nell’esprimere il sentire comune, però assolutamente incapaci di esprimere l’attimo in cui la vita ha chiesto loro di esprimere la sua bellezza. Non traspare in ciò che si ascolta, si vede e si sente. Forse anche loro sono delle vittime. In fondo cantano e mettono in scena l’assoluta incomprensibilità della vita. Anche la Pitia, sacerdotessa di Delfi, cercava di dare risposte alle domande che le venivano poste. Ma rispetto a quello che ho ascoltato, a parte alcune eccezioni, preferisco i vocalizzi dei cantanti, gli sfregi dei pittori. Almeno non dicono, ma esprimono l’eccedenza della vita da cui nasce l’arte.
La morte paradossalmente indica la fine della risposta alla vita e, insieme, il tempo, che pure è il tessuto di un’azione artistica. L’arte non supera il tempo, lo esprime e lo canta. Ma la voce riesce solo a indicare che l’istante in cui essa, la voce, nasce, è il momento in cui emerge la singolarità di chi canta e, insieme, l’attimo nel quale la benevolenza della vita apre la possibilità anche solo di una lallazione.

James