mercoledì 28 settembre 2016

Il Papa, la tragedia della Siria e la coscienza....

Il Papa ha ricordato oggi la tragedia della Siria. Violenza, morte, provocate da interessi politici e economici, che niente hanno a che fare con il bene del popolo siriano e anche del popolo curdo. Non sono esperto di politica internazionale, però non riesco a comprendere quale vantaggio umano possa portare questa guerra. Del vantaggio dovrebbe parlarcene la Russia, gli Usa e la Turchia, forse anche qualche altro Stato che si tiene in seconda linea. Ma quale vantaggio può venire dalla violenza e dalla morte inflitta? Credo nessuno, anzi, avremo molto da pagare storicamente per quello che in Siria si compie sotto gli sguardi disinteressati di tutti.
Detto questo vorrei tornare su un termine che il Papa oggi ha usato: la coscienza. Oggi questo termine è abbastanza imbarazzante, perché nel lessico quotidiano significa in sostanza quello che uno pensa come interessante per sé, per la propria vita. In realtà questo termine designa una situazione fondamentale dell’uomo, grazie alla quale non riesce a far coincidere il senso di quello che compie con ciò che lui, l’uomo, produce come significato. Come dire, quando io affermo che è ingiusto che due persone si aggrediscono per strada, il motivo per il quale faccio quella affermazione non è riducibile a quello che io penso e sento. Dico che la violenza è ingiusta perché altrimenti non sarei me stesso e, nello stesso tempo, non lo dico solo a partire da me stesso, ma facendo riferimento a altro, a ciò che normalmente viene chiamato valore. Il paradosso dell’umanità, di ogni singola persona, è proprio quello per il quale un valore diviene tale grazie al riconoscimento pratico di ognuno di noi. Questo non vuol dire che il valore è tale perché noi lo riconosciamo, ma che non diviene effettivo e efficace senza il nostro riconoscimento libero. Il dramma della cultura contemporanea sta proprio nell’aver dimenticato che la nostra risposta ai valori non produce i valori, ma li riconosce come ciò che rendono possibile la nostra risposta. Non sono io che decide se sia giusto uccidere un uomo, ma sono io che, nell’atto della sua uccisione, sono chiamato a rispondere alla giustizia. Però la giustizia mi anticipa, mi aiuta a essere uomo, ed è proprio per questo che la riconosco come fondamentale per la mia vita. Non è giusto ciò che voglio sia giusto, ma ciò che mi consente di stare insieme agli altri, uomini e donne, come esistenze che sono capaci di riconoscere come giusto.  M. Heidegger diceva che la coscienza è una chiamata. Appunto, una chiamata silenziosa che scopre se stessa e la propria capacità o incapacità nel momento in cui risponde.  Fa bene il Papa a richiamare gli uomini alla coscienza. Alla fine il silenzio della chiamata che caratterizza l’essere umani è un mistero di cui tutti facciamo esperienza. La coscienza è l’ultima voce che ci rende uomini e donne capaci di verità e giustizia. Se anche quella voce viene soffocata dall’indifferenza e dall’interesse, allora siamo arrivati all’esperienza del sub-umano, dopo la quale tutto è possibile. Sono mesi che assistiamo a massacri in Siria e in altre parti del mondo. Una decina di anni fa in Italia giovani e meno giovani si sarebbero radunati in piazza per manifestare il proprio dolore e il proprio disappunto. Oggi c’è solo il silenzio, che non è il silenzio della coscienza, ma il silenzio dell’ultima scintilla di umanità che ancora cerca di far luce al fondo di noi stessi. Ma se perdiamo noi stessi, la nostra capacità di giustizia, la voce che silenziosamente ci fa rinascere alla coscienza, che cosa ci rimarrà? Dovremo sperare in Dio. Sperare che almeno Lui faccia sentire la sua voce e ci domandi quello che ha chiesto a Adamo: “Dove sei?”. Appunto, dove siamo? Forse anche noi dovremo presentarci a Dio coprendo la nostra nudità, per non far vedere la nostra indifferenza e la nostra accondiscendenza colpevole a tutto quello che in molte parti del mondo sta accadendo. Dove sei? Noi certamente non siamo dove vengono massacrate persone inermi. Siamo qui a difendere la nostra misera fetta di vita, la nostra dose nella ciotola quotidiana. Ma per quella ciotola abbiamo perso la voce della coscienza che ci chiama a essere uomini e donne, degni e liberi.

James

sabato 17 settembre 2016

La non ovvietà dell'esistenza

Non so se avete mai pensato al fatto che nella nostra vita tutto può cambiare in un istante. Tu pensi di stare bene, ma qualcosa accade in te e, dopo qualche tempo, ti accorgi che la malattia visita la tua vita. Non c’è età, non c’è posizione sociale, e nemmeno intelligenza o santità che tenga: ti ritrovi ammalato, e non saprai mai dell’istante che ha dato origine alla tua nuova situazione. Anche quando passeggi per strada o stai viaggiando in macchina, basta un attimo e tutto cambia: incidente, contrattempo.  Capita così anche per le cose belle, per esempio con l’innamoramento. Certo, l’innamoramento ha una sua storia fatta di sguardi, di discorsi, di confidenze, di tenerezze, però quando uno si chiede perché quella storia è iniziata si trova spiazzato, non c’è una risposta, è stato un evento, un momento decisivo dal quale la storia è nata. Ed è così per le questioni fondamentali della nostra vita: la nascita e la morte. Noi non ricordiamo il momento in cui abbiamo iniziato effettivamente a essere noi stessi, sappiamo solo che da quel momento non abbiamo potuto fare altro che continuare a essere quello che siamo- E quando si muore è un attimo, tutto perde vita: non c’è più sguardo, non la parola, nemmeno il lamento. La sofferenza può essere lunga. Ma in un istante si decide tutto.
Questa cosa a me fa molta impressione e mi fa meditare molto perché me ne chiedo il senso. Noi viviamo la nostra quotidianità pensando che tutto si ripeta normalmente, in modo scontato, ma tutto nella nostra vita si regge sul non scontato, basta un attimo e tutto cambia. Certo, è un attimo che accade nel tempo e dà origine a una storia, alla mia storia e a quella degli altri, ma quell’oirgine mi sfugge, posso solo farne memoria vivendo la mia piccola storia. E’ come se ci fosse prima di me e per me una consegna da parte della vita, per la quale io devo decidermi, rispondere e posso rendere presente quell’origine nella mia risposta storica, effettiva. Appunto, nella vita non c’è nulla di scontato e niente si ripete meccanicamente, anche se a volte l’esistenza sembra una ripetizione. Noi costruiamo l’abitudine per semplificarci la vita, ma la vita stessa è una serie di esplosioni imprendibili, inarrestabili e imprevedibili, sia nel bene che nel male. Se mi domando il perché di tutto questo non riesco a trovare una risposta se non in ciò che effettivamente sono. In fondo Heidegger aveva ragione quando diceva che, per rispondere alla domanda sul senso dell’essere, bisogna interrogare colui che quella domanda la vive sempre pragmaticamente, cioè l’uomo. Queste riflessioni non hanno l’intenzione di mettere paura, di insistere sulla precarietà della nostra vita. Nessun terrorismo psicologico. Però vogliono semplicemente suggerire che c’è qualcosa di tragico nella nostra esistenza. Noi iniziamo sempre con il dire di sì a una storia che è esplosa e che noi viviamo solo come risposta, come decisione, senza paura, ma con angoscia. E angoscia significa che la quotidianità si rimette continuamente nelle nostre mani e di fronte a essa non possiamo che confidare su noi stessi, perché solo nell’atto della nostra decisione tutto acquista una sorta di senso. E questo accade nell’esperienza dell’amore, della malattia e del dolore e in tutte le dimensioni che costituiscono la nostra esistenza complessa. Noi siamo un sì e siamo chiamati a domandarci perché siamo questo sì. Sembra quasi che nulla possa prendere parola senza la nostra parola e che questa parola che è tutta la nostra vita sia in realtà la grande attesa della vita stessa. Come se la vita per essere tale si rivolga a noi, ma questo suo essere rivolta a noi si realizzi solo nell’istante del nostro sì. In tutto ciò c’è qualcosa di destinale. Ma che questo tratto destinale sia invece un possibile che si apre alla speranza ce lo può dire soltanto un Dio. Come diceva Heidegger, ormai soltanto un Dio ci può salvare. Qui si aprirebbero altre riflessioni. Basti soltanto quello che abbiamo detto per non abbandonarci all’ovvietà e alla scontatezza e per conservare un’inquietudine che, quantomeno, ci rende umani. Di questo forse, oggi, abbiamo bisogno.

James

mercoledì 14 settembre 2016

Selfie, suicidi e dintorni.....

E’ incredibile l’ingenuità di una donna di 30 anni che posta il suo video che ritrae momenti di incontri sessuali che dovrebbero comunque rimanere intimi, unici, irripetibili. Qualche anno fa ho invitato il filosofo Fabrice  Hadjadj, per parlare ai giovani universitari e era intervenuto proprio sula questione del senso della sessualità. A me, che sono assolutamente inesperto di queste dimensioni, aveva fatto molta impressione il fatto che lui dicesse che dei gesti, delle espressioni del suo volto, insomma di tutto ciò che comporta un rapporto sessuale, compresa la sua debolezza e la sua espressione mista a gioia e limite, poteva essere testimone solo la moglie, che in quel momento lo guardava.
Oggi si posta tutto, e spesso si affidano momenti e esperienze assolutamente irripetibili al web, dimenticando che il popolo di internet non ti conosce, non sa della tua vita, non sa quello che provavi mentre compivi un gesto e non potrà mai saperlo, nemmeno attraverso un’immagine. Il problema è che questa mania del postare tutto sta mietendo vittime. Persone fragili, tanto fragili da pensare che la propria vita e le sue esperienze possano essere immediatamente condivise. Ma dall’altra parte c’è un mondo che si diverte, anche sulle questioni serie, proprio perché le vede semplicemente attraverso un video e non sa nulla di te, di quello che provavi e volevi dire….Un popolo di rapaci, senza ritegno e senza rimorsi, perché pensano che il video, invece che far entrare la disperazione della solitudine nella tua vita, fa diventare la tua esperienza, anche drammatica, l’occasione per sfogare il proprio risentimento e la propria fame di immagini che nutre la solitudine, generando altra solitudine e risentimento.
Non parliamo poi della diciassettenne ripresa dalle amiche mentre veniva violentata, ubriaca, da un giovane. Ho sempre pensato che, quando uno pensa a un video mentre sta vivendo un’esperienza, si priva di fatto di quella esperienza. Questa malattia va dalla grave questione della ragazza violentata, a quella più culturale. Quest’anno sono stato a Parigi, al Louvre, bene, a parte il fatto che migliaia di persone passano indifferenti davanti a opere d’arte italiane di grande pregio per correre a vedere la Gioconda. La cosa più strana è che, quando arrivano davanti alla Gioconda, non sperimentano il silenzio di una immagine che parla, che ti appella, verso la quale dovresti semplicemente volgere lo guardo, ma fanno selfie, si spintonano per ritrarre un istante che non può essere vissuto perché è semplicemente strumentale. E’ come se io baciando la mia amata, fossi preoccupato di ritrarla in immagine mentre mi bacia. Tutto svanisce, non c’è più magia, c’è solo anestesia strumentale. Ecco, questa tendenza crea persone che si anestetizzano, colgono un’immagine e si lasciano completamente sfuggire la bellezza e la tragicità della realtà. Diventa possibile allora che la tua relazione sessuale la posti senza pensare che ti riguarda o riprendere l’amica violentata mentre è ubriaca. Insomma il selfie è diventato una forma di comunicazione anestetica, non partecipativa, deresponsabilizzante. Non voglio fare il moralista, ma tutto ciò è assurdo. Mentre pubblichiamo tutto, riprendendolo, tutto diviene insignificante. Di fronte alla profondità della vita pensiamo ormai che uno scatto possa dare ragione di ciò che stiamo provando. In realtà il selfie diventa una sorta di allontanamento dalla realtà e ci immunizza solo apparentemente, perché poi i suicidi avvengono e le amiche vengono violentate.

James

domenica 11 settembre 2016

11 settembre...riflessioni

L’11 settembre di 15 anni fa ero nel mio studio, stavo preparando delle lezioni. Suona il telefono, era una mia amica, collega del liceo s. Alessandro dove insegnavo, mi disse: “Gli Stati Uniti sono sotto attacco, ormai siamo in guerra”. La mia reazione fu di sorpresa e, devo essere onesto, al momento pensai a uno scherzo. Poi mi invitò a accendere il televisore, e capii che la cosa era drammaticamente vera. Mai dimenticherò i due aerei che straziarono le torri gemelle, non abbandonerà mai la mia memoria l’immagine di tante persone che si gettavano dalle finestre dei grattacieli.
Da quel giorno è cambiata la storia del mondo. Certo, le guerre nel mondo c’erano anche prima di quell’evento spaventoso, molte delle quali da attribuire alla responsabilità degli Usa e dell’Occidente. Tuttavia quel momento ha segnato una svolta, perché da lì è iniziata la destabilizzazione del medio oriente e noi abbiamo iniziato a comprendere che eravamo vulnerabili, che il terreno di guerra poteva essere quello dove viviamo.
Quanti morti in questi 15 anni! Credo che gli Stati Uniti ancora non si siano ripresi dal veder tornare tante bare, e non parliamo delle popolazioni degli stai interessati da questa guerra preventiva contro il terrorismo che è nata da quel giorno. E questi morti? Hanno perso la loro vita affinché nascesse nel mondo una maggiore consapevolezza democratica? Oppure sono stati falciati per dare inizio a una società mondiale più pacifica? Non voglio dare giudizi definitivi, ma non credo. In realtà la destabilizzazione del medio oriente ha fatto crescere a dismisura gli appetiti occidentali e anche le volontà espansionistiche di stati locali, che aspettavano soltanto la distruzione degli altri per infilarsi in qualche trattativa e portare a casa qualche vantaggio. La guerra combattuta da quell’undici settembre non ci ha fatto diventare più uomini, ancora non ci ha insegnato nulla. E’ solo servita a far crescere l’odio, il desiderio di vendetta e di rivalsa. Ha distrutto convivenze storiche, provocando lotte infinite tra etnie. Ha consentito a qualcuno di usare persino il nome di dio per giustificare la tortura, la strage, le sevizie il sopruso. Il sangue versato ancora non è riuscito a gridare abbastanza forte per giungere al cielo plumbeo della nostra indifferenza. Solo quando scoppia qualche bomba da noi o si verifica qualche strage in casa nostra, solo per un momento, comprendiamo la violenza sulla quale siede la nostra vita quotidiana. Occorre troppo senso di responsabilità e troppa finezza di coscienza per voltarsi e rendersi conto della scia di sangue che ha percorso questi ultimi quindici anni. Occorre troppa umiltà per affermare che l’esportazione della democrazia attuata con la violenza è stata un fallimento pagato a caro prezzo da tutti. Doti che i politici contemporanei sembrano non avere, perché in realtà hanno pensato solo a infilarsi tra i cadaveri per battere cassa nel momento della ricostruzione, o per poter avere maggiore controllo su un territorio e le sue risorse.
L’undici settembre è il giorno della preghiera per le migliaia di persone che sono morte, ma dovrebbe essere anche il momento nel quale si comprende che la libertà e la democrazia, la civiltà e la giustizia, non si costruiscono con la vendetta, anche quando la si chiama guerra di difesa preventiva. Purtroppo, quello che oggi accade in Siria, in Iraq e in altri luoghi, ci testimonia che le riflessioni appena proposte, non sfiorano nemmeno lontanamente coloro che governano, non solo i politici, ma anche la finanza globale. Io sono italiano e europeo, ebbene, mi spaventa come nel nostro continente la pace venga celebrata come una conquista fatta dopo due grandi guerre che ci hanno devastato, ma non diventa il criterio con il quale affrontare i nodi della politica estera europea, avendo qualche volta il coraggio di prendere le distanze da altre potenze che con troppa facilità giocano a sparare, creando deserti di dolore, di morte, di odio e di risentimento, che saranno forieri di nuovi conflitti, di altre morti. Una scia di sangue che solo gli umili riescono a vedere e a soffrirne. Le migliaia di morti dell’undici settembre e i morti della strage mondiale che ne è seguita, pare non riescano a parlare alla nostra coscienza. Che Dio ci aiuti a cambiare rotta e a rispondere all’odio senza desiderio di vendetta, ma con gesti di ricostruzione e di solidarietà che siano gratuiti, e non subordinati alle diverse ideologie nazionaliste

James.

venerdì 9 settembre 2016

Sentire Dio....un tentativo.....

In questi giorni discutevo con una studentessa universitaria sulla questione della fede.  Si parlava dell’andare a Messa e di altro. La solita risposta: non me la sento di andare a Messa. E poi perché dovrei essere cristiana, io potrei decidere per altre religioni. Insomma il discorso è andato avanti per un po’ di tempo. Le domande che mi sono sentito di proporle sono: che cosa significa sentire? E cosa implica decidersi per una religione o un’altra? Le domande le ho fatte perché ho avuto l’impressione che le motivazioni della ragazze fossero diverse dalle frasi fatte utilizzate per esprimere la propria riflessione sulla questione della fede. In altri termini ho avuto proprio l’impressione che riflessione non ce ne fosse, che si era arrivati alle conclusioni senza aver posto il problema, senza averci riflettuto. Il sentire è cosa seria nell’esistenza dell’uomo. Quando senti tu vieni colpito da qualcosa rispetto al quale devi riconoscere una certa passività. Non sei tu che produci il sentire, ma esso capita, è un evento che ha la caratteristica di coinvolgerti totalmente. E’ come se ci fosse qualcosa che si fa avanti apparentemente nonostante te stesso. Eppure ti riguarda, visita la tua vita. Quando senti tu scopri il qualcosa che si fa avanti nella tua vita, che ti coinvolge e, nello stesso tempo, ti scopri come colui che in quel momento sta sentendo. E’ un’esperienza che solo in superficie ti porta a dimenticare te stesso per buttarti in ciò che ti visita. Infatti tu sai che stai sentendo, e questa esperienza ti rivela a te stesso come capace di sentire. I due momenti, il darsi di ciò che si fa sentire e io che vengo a sapere di essere capace di quel sentire, vanno tenuti insieme, non c’è l’uno senza l’altro. Questa esperienza non porta a sopprimere il pensiero, anzi, ti spinge a pensare sino in fondo ciò che stai vivendo. Quando si dice che uno non se la sente, non significa che non ha voglia, ma che non accade quella reciprocità nella quale io sento e ciò che sento mi porta a sentirmi e a pensare ciò che sto vivendo. E qui sta la questione. Infatti quella correlazione non accade se io non la vivo come momento di libertà. Non è un’esperienza automatica e necessaria. Posso vivere le dimensioni più profonde dell’esistenza e non sentirle, non sentirmi in esse. Posso essere uno che cammina in mezzo alla bellezza della vita e rimanere estraneo a essa. Il sentire per essere sentito richiede la libertà, vale a dire il gesto per il quale si realizza quella correlazione tra ciò che avanza nella mia vita per farsi sentire e io che sento e mi scopro come senziente. E’ così anche nell’esperienza dell’amore, anche del gesto sessuale. Si può vivere senza essere dentro questo gesto e senza capire che nel momento in cui mi apre alla bellezza dell’altro mi rivela a me stesso. La fede cristiana ha questa dinamica. Non è attesa di ciò che si impone sovrastandomi, come una sensazione che mi disperde in ciò che è all’origine della sensazione stessa, ma un’esperienza in cui Colui che si fa sentire attende di essere sentito da te perché tu capisci che solo il tuo sentire, il tuo scoprirti capace di sentirlo è l’intenzione più profonda di Colui che si fa avanti nella tua esistenza. E’ appunto un’esperienza di libertà. Allora la domanda che ci si dovrebbe fare è la seguente: perché questa esperienza per me non è stata possibile? Forse mi sono abituato all’idea che il sentire dovrebbe essere un’esperienza così intensa da togliermi ogni possibilità di scelta perché anestetizza la mia libertà? Non è che forse in fondo ho paura della libertà? In fondo se il sentire mi riassorbisse in una sorta di vita anonima nella quale io divento un signor zero, senza alcuna singolarità sarebbe veramente un sogno, perché toglierebbe il tragico della vita, il momento della decisione. Potrei semplicemente cogliere dallo scaffale del religioso ciò che più mi aggrada in quel momento, senza farmi tante paranoie. Ma in questo modo farei di Dio semplicemente una proiezione del bisogno che io ho di anestetizzare la mia coscienza. Sentire Dio significa invece essere rimandati alla profondità della propria singolarità e scoprire che tu lo puoi sentire solo quando questa singolarità non ti fa paura, ma diventa il solo luogo grazie al quale, nel tuo sentire, tu puoi diventare l’istante della risonanza di Dio per la tua vita. Occorre avere più cura nello scoprire la bellezza della propria singolarità, allora appare Dio nella vita. Forse è questo pensiero che manca nella cultura contemporanea. La ragazza potrebbe ricominciare da qui per trovare quel sentire che dice di non sperimentare. Ma occorre avere il coraggio di continuare a pensare mentre si sente e di sentire mentre si pensa.

James

giovedì 8 settembre 2016

Da oggi parroco di Fontana.

Questa mattina ho prestato il giuramento davanti al Vescovo, insieme a altri preti della nostra Diocesi. Da oggi sono ufficialmente parroco di Fontana. Praticamente sono responsabile di tutto quello che avviene in quella piccola comunità cristiana.  Per me è stata la prima volta. Non voglio caricare di troppi significati questo momento della mia vita, in fondo con me c’erano preti che prendevano in carico comunità parrocchiali molto più complesse della mia. Tuttavia devo dirvi che ho avuto momenti di commozione. Forse sto invecchiando, però parto da una comunità, quella di s. Andrea, nella quale ho ricevuto molto e alla quale sono legato per tenti motivi. Me ne vado dalla Fuci e dalla pastorale universitaria, per le quali ho speso molto della mia energia, non so onestamente con quali risultati, però, credetemi, ce l’ho messa tutta. Sino a stamattina mi sentivo obiettivamente un po’ sradicato, anche se nessuno mi ha mandato via, in parte l’ho scelto io per varie vicende legate all’insegnamento. Dicevo che sino a stamattina mi sentivo sradicato. Certo, sapevo che a attendermi c’era una comunità, tuttavia era un’idea vaga….conosco poco e pochi di Fontana. Il giuramento però mi ha aperto gli occhi e mi ha ricollocato improvvisamente al mio posto. Si inizia il giuramento con il credo. Si, prima di giurare fedeltà al Vescovo, al Papa etc etc, si professa la propria fede in Gesù Cristo morto e risorto, come fanno tutti coloro che alla Domenica vanno a Messa. A partire da questo semplice gesto ho capito che andrò a Fontana come semplice discepolo di Gesù. Non vado nella nuova comunità per le qualità che ho, ammesso che ne abbia. Nemmeno entro come l’incaricato chiamato a gestire una piccola azienda, ci vado l’unica possibile giustificazione per un parroco, quella di essere un credente. Gesù è la sola porta per la quale posso entrare nella vita di quella comunità. E’ solo Lui che mi consente di ascoltare le gioie, le sofferenze, le speranze e le difficoltà di quelle persone. Solo la Sua presenza mi renderà familiare di una comunità che ha vissuto e camminato prima di me e della quale, immediatamente, io divento membro senza esserci cresciuto e senza averci vissuto. Insomma, entro in una comunità volgendo il mio sguardo verso Colui che ne è effettivamente il cuore pulsante, e solo per questo. Collocherò il vaso di creta che è la mia vita vicino a quella dei miei nuovi amici, fratelli e sorelle che ancora non conosco per nome, perché appaia a tutti il grande tesoro che rende così preziosi questi vasi di creta: il Signore Gesù, il suo Spirito. Spero solo che loro mi vedano così, semplicemente come un discepolo di Gesù che, con tutti i difetti possibili, continua il proprio cammino di testimonianza insieme a loro, per un altro tratto di vita. Spero di fare del mio meglio al servizio di questa piccola porzione di Chiesa e spero che la mia nuova comunità veda i miei limiti come occasione per arrivare insieme a me dove io non riesco, di vedere insieme a me dove io non vedo. Ecco, da oggi sono don James Organisti, parroco di Fontana J.

martedì 6 settembre 2016

Sulla politica.....

Devo dire che negli ultimi anni faccio una grande fatica a comprendere la politica italiana, quelle europea e quella mondiale. Non ho la pretesa di puntare il dito contro qualcuno e nemmeno penso di avere la soluzione in tasca per i problemi che i politici attuali si trovano a affrontare. Tuttavia ritengo sia giunto il momento per spendere un po’ di tempo per riflettere sulla decadenza della politica contemporanea. Quando ero un ragazzo (perdonatemi, ma non posso fare a meno di ricorrere alla memoria), esistevano i partiti, quelli della famosa prima Repubblica, liquidata con tangentopoli. Quei partiti avevano indubbiamente perso smalto. Diciamo che i politici con delle idee da discutere erano venuti meno, e c’erano in prima fila i portaborse, occupati dal tenere il posto guadagnato con autorevolezza da quelli che li avevano preceduti, spesso pensando che la struttura del partito fosse solo una questione economica. Un po’ come quando si mantengono strutture culturali che non riescono più a dire nulla, svuotate dall’interno e tuttavia costose. Ecco, facendo un passo indietro rispetto a quel momento poco glorioso dei partiti e leggendo qualcosa sulla vita politica e civile di coloro che li guidavano, scopro sempre più che quegli uomini e quelle donne erano persone che avevano imparato l’arte del governo, ma dietro quell’arte, c’era uno studio costante e appassionato dell’uomo, della sua esistenza, delle sue domande. Ho scoperto politici che nel tempo libero studiavano filosofia, teologia, la storia e altre scienze umane, quelle che possono aiutarti a capire te stesso e i tuoi interlocutori. In effetti, quando sentivi parlare uno come Martinazzoli, ma anche esponenti di altri partiti politici, avevi l’impressione di fare un po’ di fatica a capire quello che dicevano. A quei tempi, io ero un ragazzo, quando ascoltavo Aldo Moro mentre cercava di giustificare l’idea che in Italia era giunta l’epoca dell’alternanza di governo, mi venivano le vertigini, perché dovevo sforzarmi per seguire un discorso che era denso: sapienza politica, consapevolezza storica, un rapporto con il potere sano perché irrigato da un’etica del servizio. Sono passati molti anni, e mi rendo conto di avere incontrato dei giganti della politica. Non che siano stati politici perfetti e immuni da errori, ma certamente nei loro discorsi, nelle loro discussioni con idee spesso contrapposte, si respirava una passione per l’uomo che, forse, non tutti capivano, ma era il vero motore della loro ricerca. Ho citato Moro e Martinazzoli, ma che dire dell’umanesimo comunista portato avanti da Berlinguer? Certo, erano altri tempi, probabilmente la società era meno complessa e globalizzata. Non sono convinto di quest’ultima mia affermazione, perché la complessità e la globalizzazione erano elementi presenti anche allora. So soltanto che in quei tempi dimenticati e censurati la politica rivendicava un ruolo, e non era una rivendicazione di potere in quanto tale, ma di un potere al servizio dell’uomo, anche quando gli individui non lo capivano e, a volte, sfidando il consenso della piazza, assumendosene la responsabilità. Qualcuno come Moro ci ha rimesso la vita.
La mia può sembrare una provocazione, però suggerisco ai politici attuali di rimettersi a studiare e a meditare. La cultura aiuta l’esercizio del potere, perché ti immerge nell’ascolto di colui che è il destinatario del servizio politico: l’uomo. E’ preferibile la pazienza della preparazione all’improvvisazione. Meglio educare la propria sensibilità e il proprio pensiero che presentarsi come esponenti di movimenti risentiti e populisti che sono semplicemente il grido di chi nulla ha più da esprimere nel teatro della storia se non la violenza. Occorre un nuovo umanesimo, un nuovo rinascimento della politica, ma non si può ottenere senza la fatica della cultura e della ricerca paziente. Non è la velocità nelle decisioni che inseguono il consenso immediato che si gioca il futuro di un paese, ma il grado di civiltà che una politica ha saputo partorire grazie alla ricerca e al confronto. Continuo a preferire i discorsi drammatici e consapevoli di Moro e Berlinguer agli slogan che tendono a catturare la benevolenza di qualcuno perché gli concedi due soldi in più, senza però dirgli che non stai pensando al ruolo, non solo commerciale, che l’Italia e l’Europa possono giocare al servizio dell’umanità contemporanea.

James