mercoledì 7 dicembre 2016

Pensieri sulla storia in tempo di Avvento

La  nostra vita è una storia. Il tempo la trapassa come una dimensione fondamentale. In questo c’è molto di destinale. Non abbiamo voluto noi quando e dove nascere, e molte delle condizioni della nostra esistenza ci accadono, non le abbia create. La nostra esistenza è una storia che lascia tracce in noi, sempre. Ogni decisione che prendiamo è un atto di cui ne va di noi stessi, le esperienze che viviamo si imprimono in noi e formano ciò che noi siamo. I nostri occhi, le nostre mani, il nostro volto con le sue rughe e il corpo che noi siamo con i suoi segni esprimono il racconto vivente che noi siamo. Il presente che noi siamo è già una memoria e il passato che vive in noi non può essere che il presente che noi siamo, ma il passato e il presente sono sempre anche aperti a una possibilità assolutamente imprevedibile: il futuro. Essere impastati di carne che traspira di tempo e di storia è la nostra condizione. Una condizione finita, certo, però assolutamente unica. Sì, perché il già dato della storia prende significato nell’espressione e nelle scelte di ognuno di noi, è come se ci fosse nella nostra vita una sintesi che esprime tutto ciò che è stato e attende ciò che sarà, un punto focale grazie al quale nasce una risonanza della storia che è irripetibile, originale, insostituibile. La storia non è un esilio temporaneo, ma l’unica esistenza che ci è concessa, da vivere nella pienezza. E ogni volta che io assumo questa storia che io sono si manifesta a me l’aspetto tragico della vita. Si, perché inizio sempre da dove non ho potuto iniziare, lo devo assumere per farlo mio e finisco dove non so come e dove finirò. Eppure è questa la bellezza della vita umana lacerata e intessuta dal tempo. Non serve a molto una cultura che vuole mettere nel dimenticatoio la storia. Non solo la storia intesa come memoria della cultura che gli uomini hanno espresso, ma la storia che manifesta l’aspetto tragico della vita. Non si riesce a accedere alla propria umanità autentica senza provare, avvertire il brivido dell’assunzione di un già dato non voluto e che, tuttavia, costituisce la carne della mia esistenza attuale, delle mie scelte. Cancellare questa dimensione della vita risolvendola nel culto dell’istante senza memoria e senza futuro significa soffocare nell’oblio la bellezza della nostra umanità. Il tempo c’è da sempre e non potremmo nemmeno pensare e desiderare senza il tempo. Persino l’istante nel quale a volte vorremmo annegare non si scandirebbe e non manifesterebbe la propria unicità intensiva se non fosse intrecciato in un flusso che costituisce la stoffa del nostro desiderio. Il desiderio umano ha la stoffa del tempo, proprio perché vive di anticipazioni di possibilità mentre vivo il presente appagamento. Non sono possibili fughe dalla storia, non c’è un senza tempo che possa essere pensato senza il tempo. Sarà per questo che in questo tempo di attesa, avvento, prende tutto il suo significato la questione del senso ultimo di questa storia. Un senso che si può dare soltanto mentre vivo la storia, sentendomi pienamente implicato in essa, senza via di scampo. Anche questa storia che io sono, dalla quale spesso vorrei fuggire, da questo tempo di oblio della storia, che proprio perché ne è dimentico chiude ogni possibilità e dissolve ogni speranza. Questo tempo apparentemente eterno giovane, in realtà ricolmo di anni, di volti, di voci. L’idea di un fine della storia non è la proposta della fine della libertà e della creatività dell’uomo, ma la richiesta che l’esperienza per la quale io assumendo la storia la esprimo unicamente e assolutamente senza averla tuttavia creata, questa esperienza dell’essere uomo possa trovare finalmente che quella assunzione unica della storia, che fa la storia, sia il fine della storia stessa. Chi ce lo potrà mai dire? E solo se qualcuno ce lo dice noi potremo riconoscerlo e gioire, e sentircene consolati, cantare insieme agli altri la bellezza di esse intessuti di tempo, di memoria, di essere stati e di essere un fessura di possibilità e di progetto. E questa attesa la vorrei condividere con ogni uomo e ogni donna, io che ho ascoltato il “Tutto è compiuto” del Crocifisso, e proprio perciò ho visto che il destino dell’essere unici intessuti di tempo è la vita stessa di Dio. Questo tempo così denso di meditazione. Vorrei che fosse tempo di quel compimento, nel quale riscopro che Colui che è venuto verrà di nuovo, per svelare che il racconto che io sono, trova la propria pienezza nella libertà definitiva che la storia ha reso possibile e manifestato. Un tempo in cui scopro che Colui che è venuto viene e si innamora ogni giorno di ciò che esprimo, se ne meraviglia e gode di questa novità. Un tempo che è il desiderio di Dio, perché ogni istante che io sono non si è dissolto nella propria subitaneità, ma è divenuto un racconto, una narrazione nella quale io canto la mia poesia di carne solcata dalle rughe.

James

martedì 6 dicembre 2016

Post Referendum...Non voglio che questi politici interpretino il mio voto

Ho conosciuto politici, anche atei, che studiavano teologia per comprendere il mistero dell’uomo, della donna, di ogni singolo che incontravano sul loro cammino. Non erano santi, però avevano quella giusta misura del tragico, dello smarrimento che ogni uomo e donna provano ogni volta che si decide. La decisione è sempre un atto nel quale ne va di te stesso e, nello stesso tempo, un atto che deve riconoscere delle condizioni che non ha scelto. In fondo Heidegger non aveva torto quando diceva che la storia è anche un destino. Non so, in questi giorni ho sentito interpretazioni del voto che non hanno assolutamente compreso il disagio che io ho provato, come penso altri uomini e donne di questo paese. Non mi sento interpretato da una politica che è diventata una tecnica surreale, una tecnica che non ha nulla di umano e che pure chiede a me l’atto più grande che posso esprimere: la mia libertà. E’ come se il mio smarrimento, il mio disagio, la mia sofferenza, non passassero mai nelle parole della politica, anzi, anche quando quest’ultima assume le mie parole, le fa diventare semplicemente uno strumento per ottenere consenso. Non ho uomini e donne, dedicati alla politica, che sentono e sanno della mia vita, ma attore improvvisati, caricature di se stessi, che se ne sono fregati di me sino a ieri, e che ora pretendono di sapere il motivo del mio voto, sbandierando la loro presunta vittoria o sconfitta. Anche i movimenti populisti, non popolari appunto, esprimono lo stesso andazzo retorico, lontano dalla sofferenza e dalla gioia che quotidianamente ognuno sperimenta per diventare uomo e donna. Insomma, questa politica parla ogni linguaggio, meno quello dell’autenticità. Invece di dirti che dovresti pagare le tasse per contribuire al bene di tutti, ti dicono che se paghi le tasse ti ritornano alcuni euro nel portafogli. Il problema è che questa gente l’abbiamo eletta noi e tutti noi siamo contenti che parlino questo linguaggio dell’efficienza retorica, al servizio di politiche economiche e finanziarie che ormai, destinalmente, nessuno di noi decide. Ecco, preferirei politici che mi parlassero di questo destino e lo soffrissero insieme a me, con parole chiare, senza scenette varie e senza le bugie incredibili sul reddito di cittadinanza, promesso a un paese che non ha più nemmeno le lacrime per piangere. Non è vero che sentirsi poveri chiude il futuro perché porta al pessimismo, invece apre al futuro perché disillude e aiuta a contare sulle proprie risorse. Questa mattina un mio conoscente mi diceva che in farmacia ha visto una signora che non è riuscita a pagare le medicine, non aveva soldi sufficienti. La risorsa della politica e della comunità civile non è tanto quella di assicurare una stabilità politica al paese, ma quella di lavorare tutti perché quella signora possa comprarsi le medicine, possibilmente senza illuderla con redditi visionari, che il nostro paese al momento non può permettersi. Siamo poveri, ma i poveri insieme possono costruire futuri non ideologici, ma reali, nei quali vivere più civilmente. Io non mi sento rappresentato e interpretato da nessuna delle forza politiche attualmente rappresentate in parlamento e desidererei che i loro rappresentanti assumessero quel minimo di umiltà che serve per pensare che magari il mio voto, sia stato per il sì o per il no, loro non lo interpretano, perché loro non sanno chi sono, e vivono in una situazione parallela alla mia, che impedisce loro di avere occhi e orecchie per comprendere la mia vita e quello che io penso. Politici improvvisati, senza radici culturali, che nulla sanno dell’alfabeto dell’umanità….Ho appunto nostalgia di coloro che avevano il senso tragico della vita e lo condividevano con me, sapendo del destino comune che ci accomunava. Ho nostalgia della sapienza che non è tecnica, ma inquietudine umile, senza la pretesa grottesca di aver risolto la mia singolarità e quella di tutti gli uomini e le donne di questo mondo, nell’efficienza, nel radical chic, nella velocità. La velocità uccide il pensiero e l’umanità, ma anche la politica.

James

domenica 4 dicembre 2016

Post referendum...pensieri sparsi

Mi domando se ha avuto un senso avviare una fase costituente nelle condizioni politiche attuali. Mi domando se ha un senso tutto quello che abbiamo detto in questi mesi e se avrà un futuro. Mi chiedo se era necessario spaccare un paese sulla questione delle competenze del senato, che ancora non abbiamo capito bene quali saranno. Devo dire che ho la sensazione di vivere in un paese surreale, nel quale hai solo la sensazione di partecipare alle scelte e in realtà hai la fortissima impressione che le scelte vengono assunte altro e tu sei solo chiamato a ratificarle. Se tutto questo dibattito ci avesse portato a scoprire una politica sensibile alla storia senza essere populista, io sarei felice. In realtà noi stiamo assistendo a una riduzione della politica alla tecnica e alla pragmatica, che ha avuto il solo effetto di farci dimenticare del mondo di cui facciamo parte. Un’Europa che si guarda l’ombelico, un’Italia persa nei pettegolezzi e nei dibattiti da salotto. La risposta alla mancanza di partecipazione delle persone alla politica, è stata la delega, del tipo, interessatene meno di politica, tanto è una questione di tecnica. Di cosa abbiamo discusso in questi mesi? Di spese, di risparmi, di innovazione e di passerelle che con queste ultime dovremmo affrontare di fronte al mondo degli investitori. Questi sarebbero la nostra ultima salvezza, infatti hanno affossato il nostro paese per venirselo a ricomprare praticamente gratis. Di questo abbiamo discusso. Non abbiamo discusso di democrazia, abbiamo discusso della democrazia possibile ai nostri tempi, per la quale noi in sostanza non decidiamo nulla. Guardate la Grecia, messa sul lastrico da un’Europa egoista e inconsistente. Tante discussioni, elezioni, nuovamente elezioni, per poi arrivare alla povertà. La proposta fatta in questi mesi è interessante, in sostanza è evitare la discussione che, realmente, è una perdita di tempo. E sarò così per i bilanci dello Stato, ma sarà così per tutte le leggi che riguardano l’inizio e il fine vita e la nostra vita quotidiana. Se dovessimo allinearci all’Europa, ci troveremmo a far morire adolescenti perché lo vogliono e a affossare famiglie, perché lo Stato a cui appartengono è insolvente presso il Fondo Monetario. Tutta la mia vita tradotta in numeri, che non è il sogno di Pitagora, ma la semplice effettuazione della politica che ormai si identifica con la finanza. Il tragico di questo momento storico dell’Europa e dell’Italia è l’assoluta nullità della politica e la ricerca di strumenti tecnici per legittimare questa nullità. L’esito del referendum sarà il nulla della politica, comunque vada, perché la politica è attualmente solo e esclusivamente legge di bilancio, con qualche piccolo contentino che il presidente del consiglio elargisce a destra e a manca, a seconda delle convenienze. Piccole elargizioni, che non cambiano la situazione generale e, spesso, innescano lotte tra poveri. Ma stiamo sereni, il mondo è un sistema che continua nonostante noi e oltre noi. Continuo a preferire Dio, almeno Lui mi dice che è innamorato di me, sino a dare la vita per me. Qualcuno può pensare che questa sia una magra consolazione, tuttavia è uno dei pochi momenti nei quali mi sento uomo, pienamente.

James

mercoledì 30 novembre 2016

Su Charles de Foucauld

Il 1 dicembre 1916 moriva Cahrles de Foucauld, sono cento anni dalla morte di questa persona, che a un certo punto della sua vita ha deciso di vivere la propria sequela di Gesù in mezzo al deserto, tra i Tuareg, unica presenza cristiana in quei luoghi.
Oggi, ripensando a lui, sono andato a prendere i suoi scritti, ne ho trovato uno – tra i tanti – che mi ha colpito. Egli scrive:
“Aiutami o Dio, dammi il coraggio, l’amore di stare come devo alla tua presenza, di pensare incessantemente che Tu sei dentro di me e di comportarmi come devo alla Tua presenza santa e diletta….”
Dammi il coraggio e l’amore di stare alla tua presenza. Per stare alla presenza di Dio occorre coraggio, amore. Questa presenza che continuamente mette in discussione il nostro desiderio di ubriacarci della nostra autonomia. Non è una presenza che sopprime la nostra autonomia, ma la esalta, la risveglia. Infatti è una presenza che richiede il coraggio e l’amore. In fondo Cahrles de Foucauld è andato nel deserto, solo, per testimoniare a tutti che nell’essenzialità della vita questa presenza di Dio è la novità che consola e anima la solitudine, rendendola capace di stare con chiunque, anche con chi non conosce la tua lingua e la tua cultura. E tuttavia questa presenza è rivoluzionaria, perché attraverso il suo silenzio e la sua fedele attenzione nei tuoi confronti, ti manifesta come suo amico insostituibile. Precisamente questa relazione tra unici è una rivoluzione che ci ha fatto scoprire molte dimensioni importanti della vita personale e sociale. Ma, appunto, Cahrles de Foucauld ci dice che occorre il coraggio e l’amore per rimanere in questa presenza. Non bisogna ridurre questa presenza a un ricordo e nemmeno trattarla come un oggetto da manipolare, ma rimanere nella inquietudine generata da chi si mostra facendosi desiderare e dicendoti che ti desidera; è la scoperta di una relazione grazie alla quale si scopre la profondità dell’esistenza umana. Un uomo solo, nel deserto, testimone del realismo di questa relazione. Come se il silenzio della sabbia, smosso soltanto da qualche folata di vento, ci presentasse la bellezza di questo dialogo vivente. Niente di urlato, nessuna ribalta sulla quale recitare una parte. Un angolo di mondo nel quale uno corre all’appuntamento con l?unico necessario che è capace di far fiorire il deserto di relazioni, di curiosità, di vita. Noi abbiamo perso il realismo di questa presenza vivente e l’eccedenza ricreativa che da essa nasce per la nostra vita. Abbiamo smarrito il senso del dialogo confidenziale e amoroso che è la radice di ogni cultura moderna, perché nell’Assoluto risuona la voce di un uomo sperduto nel deserto. Il deserto, luogo di silenzi, tentazioni, di morte e smarrimenti, ma anche luogo in cui Dio si fidanza con te, basta che tu ne riconosca la presenza reale e vivificante. Quando sono venuti meno i rumori, quando la tua voce ti ritorna come eco, allora scopri che c’è una voce del silenzio che ti aiuta a dire “Tu” anche quando sei solo e, grazie a questa esperienza, ti rende capace di vivere insieme agli altri, anche quando essi non parlano la tua lingua. Charles de Foucauld è giustamente beato, perché nel panorama religioso contemporaneo, nessuno come lui ha saputo manifestare l’essenzialità dell’esperienza cristiana, per la quale il Signore vivente rianima e intensifica la capacità dell’uomo di sentire, amare, pregare, stare con gli altri, donandoci il compito di esprimere il Vivente nei nostri gemiti e nelle nostre parole.

James

domenica 27 novembre 2016

La rivoluzione dell'insonnia...siamo in Avvento....

Mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito. Tutto normale, tutto scorre nella routine quotidiana. Nessuno si accorge di nulla, viene il diluvio ma tutto va avanti come prima. Come se ci fosse una sorta di corazza spazio-temporale che rende immuni dalla novità, dal possibile. Tutti chiusi, schiacciati sul nostro presente, presi a rispondere alle impellenze della vita. Siamo talmente convinti che la vita è qui e solo qui, adesso, con quello che ci può dare e chiedere, in una sorta di scambio immediato. Eppure dentro abbiamo un cuore capace di insonnia. Non riusciamo a addormentarci nella notte, come se aspettassimo qualcuno, il ladro, qualcuno capace di forzare la nostra immanenza, l’ubriacatura del riposo sempre uguale a se stesso. Siamo dei finti agitati, ci sbattiamo giorno dopo giorno per il già noto, ma nel profondo del cuore siamo insonni, amanti in attesa di una carezza che renderà assolutamente unica la nostra vita. In fondo noi sappiamo che tutto quello che viviamo respira di una possibilità che non riusciamo a produrre e che possiamo attendere solo rimanendo svegli, anche quando le palpebre degli occhi del nostro cuore tendono a chiudersi per la stanchezza. Abbiamo provato di tutto, pensavamo che il sapere rendesse la nostra vita lineare, poi abbiamo creduto nell’economia con la sua sicurezza, abbiamo ceduto alla tentazione del potere. Tutto abbiamo sperimentato. Ormai sappiamo anche che la pancia piena e la generazione di figli non riesce a far smettere l’insonnia. E non è semplicemente il senso del limite e nemmeno la disillusione e lo scetticismo. No, io dormo, faccio finta di niente, ma la mia anima veglia e attende il possibile, anzi, questo possibile lo sente già, ne avverte il profumo e non riesce a dimenticarlo. E’ il possibile dei possibili, il cui odore si sprigiona nell’aria insieme alla mia presenza, ai miei atti, alle mie gioie, ai miei dolori e agli abbracci. Lo cerco come l’amante che attende il ritorno dell’amata, lo desidero come l’orizzonte che mi consente di vivere questa vita senza sentirmi ridotto a una cosa. E’ il possibile della rivoluzione continua, della messa in discussione, della giustificazione del mio passato, del presente e di ciò che potrò essere nel futuro. E’ l’inattuale che non riesco a trovare nei sondaggi o nelle certezze delle definizioni. E’ il novum assoluto che dà vita alla mia dignità di singolo irripetibile. Inquietudine costante, lacerazione di una ferita senza possibilità di guarigione. Ecco l’insonnia, ecco la sua attesa. Contro ogni normalizzazione e tentativo di rendere la vita dell’uomo una funzione, che ti obbliga a ricordare te stesso come colui che non sarà mai compiuto, grottesco cavaliere errante, grottesco agli occhi assuefatti di chi vede la normalità della vita come pretesto per la rassegnazione e lo scetticismo. Attendo l’Amato, l’unico possibile della mia vita. Insonne, chiudo gli occhi, rimangono svegli i miei sensi. Vorrei ancora sentire il suo profumo, elevare la mia voce, come gemito, protendere il mio sguardo verso l’inattingibile infinito. Solo questo renderebbe ragione del mio stato di uomo insonne. E trovo qui il motore del progetto e della storia che ognuno di noi è. Ritrovo Colui che sente il mio odore come sua eredità preziosissima, che visita la mia insonnia perché io rimanga insonne, libero, capace di vivere questa storia come luogo del possibile e della speranza. La rivoluzione dell’insonnia liberante ha un nome: Gesù. Oggi vengono “beatificati” i rivoluzionari, come Fidel Castro. Le rivoluzioni tuttavia non si impongono, si attuano non mortificando l’insonnia della conoscenza e della libertà, ma attivando il desiderio dell’uomo e manifestando a ogni istante che l’odore acre e dolce di questo desiderio è entrato nella tua vita e ti ha reso insonne. La rivoluzione dell’attesa di Dio è scoprire un Dio insonne, che ormai ha assaggiato l’odore della tua pelle e non la scorda più Relazione di desiderio, che prende le viscere.

Don James

martedì 22 novembre 2016

I dubbi dei cardinali e il Papa.....

Io capisco le obiezioni dei cardinali che hanno sollevato dubbi sulle posizioni del Papa, e tuttavia comprendo anche la situazione di tanti uomini e donne che hanno visto fallire il proprio rapporto di coppia. Nei miei ormai lunghi anni di sacerdozio, ho visto gente che ha consapevolmente affrontato il sacramento del matrimonio con leggerezza, escludendo sin dall’inizio la fedeltà, la generazione di figli come compimento dell’amore coniugale. Questi sono però un numero esiguo. Molti invece sono quelli che hanno affrontato con entusiasmo l’avventura del matrimonio, molte volte non comprendendo sino in fondo la forma sacramentale che dal giorno della celebrazione assumeva la loro vita, non comprendevano che la loro relazione sarebbe diventata per la comunità segno reale della presenza del Signore Gesù morto e risorto. E questo nonostante la bellezza degli incontri di preparazione al matrimonio che la comunità cristiana ha offerto e offre. Altri, invece, sono arrivati al matrimonio nella piena consapevolezza del loro gesto. La cosa che appare immediatamente è che in tutti questi casi, spesso, si è verificato il fallimento del rapporto, che ha portato con sé una serie di sofferenze le cui ferite difficilmente riescono a guarire. Ho visto uomini e donne abbandonati, lasciati soli, dimenticati dalla comunità cristiana. Uomini e donne che hanno visto la loro famiglia dissolversi in poco tempo. Magari dopo qualche anno sono riusciti a trovare qualcuno con cui ricostruire una relazione nella quale riprendere speranza e dignità e hanno dovuto scegliere tra l’amore e l’Eucarestia. Si sono risposati, hanno avuto figli. Non hanno onestamente trovato scusanti per far riconoscere dalla chiesa la nullità del loro matrimonio. Vivono esistenze ricolme di amore e guardano ai propri figli con speranza. Per loro però la porta dell’Eucarestia e del sacramento della penitenza è sbarrata. Ho provato un senso di colpa terribile mandando indietro donne lasciate sole con i figli dal loro marito, colpevoli solo di aver trovato qualcuno che ha fatto ritrovare loro la tenerezza e la voglia di vivere. E uomini soli, senza alcuna prospettiva, che hanno ritrovato la stabilità di una relazione. Molto spesso persone che non hanno voluto separazioni e divorzi, li hanno subiti, senza riuscire a far nulla per evitarli. Donne e uomini che continuano a credere in Gesù, a sentirsi in colpa perché sono tornati a amare e a essere amati. Forse è a queste persone che il Papa ci invita a pensare. Non c’è nulla che possa togliere la storia, nessun colpo di spugna può cancellare l’implicazione libera in un sacramento. E tuttavia la sorpresa è trovare uomini e donne in una condizione che chiamiamo di “colpa grave”, perché continuano a vivere una relazione parallela al matrimonio che rimane come sfondo, e che tuttavia sono ancora persuasi che Gesù sia la loro speranza. Allora la provocazione del Papa è quella di invitarci a lasciarci sorprendere da questa fede che permane, nonostante i fallimenti. Certo, nella prassi della Chiesa è sempre in gioco anche la dottrina, qualunque sia la decisione pastorale che si prende implica una riflessione sui fondamenti della fede. Però occorre riconoscere che la fede è implicata nelle scelte morali, ma non si riduce a esse. La fede degli uomini e delle donne ci sorprende e vive nelle situazioni più svariate, anche in quelle limite. Questa mia riflessione si riferisce alle obiezioni fatte da alcuni cardinali al Papa. Obiezioni legittime. Tuttavia la loro riflessione è decisamente poco preoccupata dei propri interlocutori e troppo occupata dalla propria ricerca di certezza. L’esistenza di uomini e donne che secondo noi vivono in una situazione di peccato ci sorprende perché in queste esistenze noi troviamo l’amore e la passione per Gesù Cristo. Allora forse la domanda che dovremmo farci, ma qui tocca alla teologia entrare nel dibattito, riguarda proprio la possibilità per questa persone di vivere la fede e, per questo, di sentirsi in comunione con la Chiesa. E’ la loro presenza che ci interpella. Qui sorge un nesso problematico tra dottrina e attenzione pastorale che deve essere affrontato, senza pensare che la discussione porti a una classificazione dei migliori e dei peggiori all’interno della comunità. Occorre fissare lo sguardo su Gesù per essere consapevoli che è precisamente la sua centralità vivente a generare la Chiesa, così come essa si attua e realizza storicamente. Non mi pare che l’iniziativa pubblicizzata dei cardinali abbia questo respiro, almeno per quello che leggo. Spero sia solo un’impressione, ma sembra ancora una volta il gesto di difesa compiuto da chi si sente minacciato da una comunità cristiana che non corrisponde ai nostri desideri di normalità e non bada al fatto che anche per gli “irregolari” Gesù continua a essere la presenza fondamentale. Anche loro guardano al morto e risorto insieme a noi, questo dovrebbe quanto meno porci qualche domanda.

James

venerdì 18 novembre 2016

Dio, la reciprocità di carezze

“  ‘ Ecco, come sei bella, amica mia, come sei bella! I tuoi occhi sono come colombe’. Quando il diletto è presente, il maestro si allontana, il re scompare, e anche la dignità si spoglia e viene meno la riverenza. Dove dunque si rafforza l’amore, il fasto cede. E come un tempo Mosè parlava al Signore, come un amico parla all’amico, ed egli rispondeva, così accade anche ora tra il Verbo e l’anima, che si frequentano come due vicini, in una conversazione del tutto familiare. E non deve stupire poiché, scaturendo da un’unica fonte, il loro amore è reciproco e le carezze vicendevoli”.
Così scrive s. Bernardo nel sermone XLV dei Sermoni sul Cantico dei Cantici.  E’ estremamente sconvolgente questo Dio erotico che dice all’anima “Come sei bella!”. Dice Bernardo che questo non deve stupire, perché in questa esperienza viene meno la riverenza e l’amore è reciproco, le carezze vicendevoli. Si parla di un rapporto con Dio nel quale si vive la familiarità della conversazione. Una familiarità che sembra spesso impossibile a noi uomini e donne dei nostri tempi. Noi così abituati a fare di Dio un’idea, un oggetto di ricerca, oppure a cercarlo come se fosse la sintesi dei nostri bisogni. Noi che siamo così immersi nelle necessità della vita e abituati ormai a essere funzioni di una routine impersonale e senza sosta, troviamo in questo passo di Bernardo la vera origine del rapporto possibile con il Dio che cerchiamo e spesso non troviamo. E l’origine è scoprire un Dio innamorato di noi. Lui è l’amante che dice “come sei bella!”. Non c’è più il maestro, non c’è riverenza, c’è la carezza reciproca. Immagino che ognuno di noi abbia provato questa esperienza, quando qualcuno si è fatto avanti per dirci che il nostro volto era irrinunciabile per la sua vita, che il nostro modo di pensare, parlare, camminare non lo lasciavano più in pace con se stesso, che aveva bisogno di stare con noi per sentirsi se stesso. Ciò che è sconvolgente è incontrare un Dio così. Egli lascia cadere tutte le distanze della santità e della prescrizione, persino dell’insegnamento, per lasciarsi andare e stare con noi, nel reciproco amore, nelle reciproche carezza. Proprio questa esperienza di Dio, resa possibile in Gesù, il Verbo, come lo chiama Bernardo imbevuto di meditazione della Scrittura, è quella che oggi manca nella nostra cultura. Siamo talmente presi da pensieri su noi stessi, pensieri spesso tristi e privi di speranza, che non abbiamo più il tempo per vedere che noi possiamo vederci con gli occhi di uno che è innamorato di noi: il Verbo. E si apre speranza e voglia di vivere, come se riuscissimo a prendere il respiro, perché noi siamo assolutamente importanti per questo Dio che ci cerca. E la storia con Lui è una storia di carezze reciproche, magari di litigi, ma sempre nell’orizzonte del Suo sguardo sorpreso e perso per la nostra bellezza. Come dire, qui non c’è la prescrizione morale, non c’è un’ingiunzione, quelle vengono dal maestro. Qui si tratta dell’esperienza di un Dio perso per ognuno di noi che chiede e vive la reciprocità. Ed è una reciprocità sulla pelle, vissuta sulla pelle, nella carne, perché si tratta di reciproco desiderio e di reciproche carezze. Nasce in questa condizione di pienezza la fede e questa esperienza è origine della ricerca del bene e della verità, perché nello sguardo innamorato e carezzevole del Verbo io ritrovo la bellezza e la pienezza della mia umanità. Vorrei che i giovani e le giovani sentissero sulla pelle l’ebbrezza della visita di questo Dio. Loro che incidono sulla propria pelle l’efflorescenza della ricchezza della propria interiorità, dovrebbero sapere che Dio ha inciso sulla propria pelle la storia di reciprocità e di amore passionale con ciascuno di noi. L’umiltà, dice Bernardo, è l’unica caratteristica richiesta all’anima perché il Verbo se ne innamori. E l’umiltà è precisamente la capacità di meravigliarsi per il miracolo della vita che incredibilmente prende il volto della nostra unica bellezza. Interessante questa unica radice del reciproco rapporto. La passione del Dio innamorato ci consente di scoprire noi stessi e di rimanere estasiati per la bellezza che noi siamo e che non abbiamo prodotto, ma abbiamo ritrovato. Pensieri che aprono questi tempi che andremo a vivere. Il tempo dell’attesa, tempo proprio dell’amore, del desiderio, tempo di chi vuole riprovare la reciprocità di carezza che lo ha fatto riscoprire come unico, tempo degli innamorati, appunto, tempo del Verbo.

James